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A una settimana dal cessate il fuoco, l’intelligence siriana sotto inchiesta in Belgio

Aperto un filone di indagine sulle presunte attività dei servizi segreti di Damasco a Bruxelles. Alcuni cittadini hanno riferito di aver subito minacce da parte di personale legato all'ambasciata di Assad dopo aver preso parte a manifestazioni anti-regime

L'inviato speciale dell'Onu e della Lega Araba per la Siria Kofi Annan

Manca una settimana al 10 aprile. In quel giorno, secondo le indicazioni di Kofi Annan, inviato speciale dell’Onu e della Lega Araba per la Siria, dovrebbe entrare in vigore un cessate il fuoco su cui il regime di Damasco sarebbe “d’accordo in linea di principio”. Dal 10 aprile, secondo Annan, Damasco avrà 48 ore per arrivare a una completa cessazione delle attività militari contro i ribelli che da oltre un anno contestano il regime del presidente Bashar Assad. L’ambasciatore siriano all’Onu, Bashar Jafaari, ha confermato questa versione, ma ha aggiunto che un impegno analogo deve esserci dal lato delle forze anti-regime. “Un piano per il cessate il fuoco non può avere successo se non coinvolge tutte le parti in causa”, ha detto Jafaari all’Onu.

E mentre la diplomazia lavora alacremente per arrivare a far tacere le armi che in tredici mesi hanno causato almeno 8 mila morti, per il governo siriano si apre un nuovo fronte di pressione politica. Il ministero degli Esteri belga, infatti, ha aperto un filone di indagine sulle presunte attività dei servizi segreti siriani nella capitale Bruxelles. L’indagine parte dalle denunce di alcuni cittadini siriani che hanno riferito all’eurodeputato belga Luis Michel di aver subito minacce da parte di personale legato all’ambasciata siriana dopo aver preso parte a manifestazioni anti-regime nella capitale belga.

Non solo. Due dei denuncianti hanno chiesto di rimanere anonimi perché temono ritorsioni contro le proprie famiglie ancora in Siria; ritorsioni che ci sono state, a quanto pare, in un terzo caso, quello di Hassan Addaher, grafico e attivista del Comitato belga di sostegno alla rivoluzione siriana. Secondo Addaher, il suo ultimo parente rimasto in Siria, un cugino, Abdel Baset Shamoot, è stato arrestato, torturato e ucciso dai servizi segreti siriani dopo una manifestazione a Bruxelles e che almeno altre quattro persone, familiari di esuli siriani in Belgio, sono stati uccisi negli ultimi mesi. Al giornale online Euobserver, Addaher ha detto che “la comunità siriana a Bruxelles è troppo piccola perché questa possa essere una coincidenza”.

La persona indicata da Addaher e altri esuli come responsabile delle minacce è Wael Saker, che fa parte del personale diplomatico dell’ambasciata siriana a Bruxelles e che sarebbe stato identificato alla guida di una mercedes nera che il 5 febbraio scorso ha quasi travolto un gruppo di siriani che manifestava contro il regime di Assad. L’ambasciata siriana nega ovviamente ogni coinvolgimento e anzi accusa gli attivisti anti-regime di cercare di discreditare le istituzioni pubbliche, ma le accuse di Addaher arrivano anche dalla sua esperienza familiare: il padre, secondo quanto Addaher stesso ha raccontato, è stato per due anni un agente del mukhabarat, l’intelligence siriana, prima di scappare in Giordania nel 1981. Secondo le informazioni raccolte dall’europarlamentare Michel, inoltre, i servizi segreti siriani avrebbero creato un network di sostenitori del regime con il compito di lanciare provocazioni durante le manifestazioni anti-Assad e infiltrare i gruppi dell’opposizione.

La presenza di agenti dell’intelligence di Damasco nelle comunità di esuli è una cosa risaputa anche in Italia. Tanto che anche alla manifestazione anti-Assad che si è tenuta a Roma lo scorso 19 febbraio, si potevano vedere alcuni individui impegnati a filmare con cura tutti i partecipanti al corteo. Per molti degli esuli presenti, non c’era alcun dubbio sulla loro identità, anche perché in una precedente manifestazione, nei pressi dell’ambasciata siriana a Piazza Venezia, un gruppo di loro era arrivato ad aggredire fisicamente i manifestanti anti-regime, salvo poi dileguarsi dopo aver mostrato il passaporto diplomatico alle forze dell’ordine italiane.

Questa libertà di azione dei servizi di intelligence siriani (come già per quelli tunisini ed egiziani prima delle rivoluzioni dell’anno scorso) anche in Italia deriva direttamente dagli accordi di cooperazione che dopo l’11 settembre i governi occidentali hanno chiuso con le dittature arabe, essenzialmente per tenere sotto controllo la galassia jihadista e dell’estremismo islamico percepita come una minaccia comune. In Italia, in particolare, l’intelligence tunisina aveva una estesa rete di controllo sulla comunità di lavoratori migranti ed esuli politici e in alcuni casi le autorità italiane hanno consegnato ai tunisini presunti ‘terroristi’ che in realtà erano soprattutto oppositori (islamisti) del regime di Zine El Abidine Ben Alì.

In almeno un caso, quello dell’ingegnere siriano-canadese Maher Arar, poi riconosciuto completamente innocente dallo stesso governo siriano, l’intelligence di Damasco ha attivamente collaborato con la rete delle renditions organizzate dalla Cia. Una rete che, nel caso di Arar e probabilmente anche in altri, ha avvolto anche l’Italia: l’aereo della Cia che nell’autunno del 2002 portava Arar verso dieci mesi di tortura e prigionia in Siria fece scalo a Roma.

di Joseph Zarlingo