Politica

Monti salva Telecom e i profitti sui cavi tlc Commissioni bancarie, nessuna abolizione

Per i deputati l’affitto della rete per l’ultimo miglio andava concordato in maniera “disaggregata”, ma il governo ha cancellato l'emendamento al Senato

Il numero uno di Telecom Italia Franco Barnabè

“Il governo Monti continua ad essere forte coi deboli e debole coi forti, determinatissimo a non fare sconti a operai e pensionati e assolutamente inerme di fronte a banche e Telecom”. Il deputato leghista Gianni Fava non l’ha presa bene: ieri, infatti, il governo ha cancellato in Senato un suo emendamento al dl semplificazioni su Telecom che la Camera aveva approvato all’unanimità. “É bastata una settimana e qualche telefonata minacciosa di Telecom per far cambiare idea al ministro”, è sbottato. Delle telefonate minacciose non si sa, di certo l’esecutivo ha deciso di cancellare una norma che aveva lasciato passare (con tanto di voto di fiducia) solo pochi giorni fa, proprio nelle stesse ore, peraltro, in cui – su mandato della Camera – s’impegnava a cancellare il provvedimento che azzera tutte le commissioni bancarie sui fidi votata nelle liberalizzazioni. Nel merito, però, la notizia fresca è proprio l’emendamento pro-Telecom, visto che il testo di Fava approvato a Montecitorio affrontava l’annosa questione del cosiddetto “ultimo miglio”.

La rete telefonica, infatti, è ancora di proprietà dell’ex monopolista: chi vuole fornire servizi tlc agli italiani (escluse alcune zone cittadine cablate direttamente da Fastweb) deve affittare i cavi da Telecom. Attualmente questo affitto viene offerto dalla società guidata da Franco Bernabè ad un prezzo forfettario, che tiene conto ad esempio pure della manutenzione, anche laddove questo servizio non è stato effettuato o richiesto, finendo così per rappresentare un extraprofitto per Telecom: i deputati avevano sancito che l’affitto dell’ultimo miglio andava concordato in maniera “disaggregata” (unbundling local loop, ULL, in tecnichese). Per dimostrare quanto ce ne sia bisogno, basti dire che dopo la liberalizzazione dei servizi telefonici il canone ‘ull’ è diminuito del 35 % in Europa, del 19 % da noi. Non solo, dice il professor Antonio Nicita dell’Università di Siena: dal 2005 il costo è addirittura aumentato (da 7,5 euro/mese a 9,28).

Eppure Telecom protestava da giorni – oltre a fare pressioni sul governo, ovviamente – definendo addirittura “incostituzionale” la norma. Perché? “Incide direttamente (e senza alcuna motivazione di pubblico interesse) sul diritto di disporre e godere dei propri beni da parte del soggetto (privato) titolare della rete – ha spiegato martedì Bernabè – É una forma di esproprio”. Insomma, i leghisti attentano alla proprietà privata. Dopodiché, ha concluso il presidente di Telecom, l’unbundling “non porterebbe benefici ai consumatori” e finirebbe per peggiorare la qualità della rete. Ragionamento che ha evidentemente convinto il governo, a differenza di quello dei sindacati sulla riforma del lavoro, visto l’improvviso cambio d’opinione: il testo dell’esecutivo ora assegna all’Agcom 120 giorni per individuare le modalità.

Sul fronte delle commissioni bancarie, invece, si sta consumando un piccolo e sotterraneo braccio di ferro tra Parlamento e governo: ieri è stato approvato un ordine del giorno alle liberalizzazioni, col parere positivo dell’esecutivo, che sollecita palazzo Chigi a formulare meglio la norma. Le commissioni, in sostanza, saranno abolite solo per quegli istituti che non rispettano gli obblighi di trasparenza, cioè nessuno. Resta la domanda: come farlo? I partiti spingono per un decreto di un articolo da approvare nel Cdm di stamattina, Monti non gradisce e preferirebbe un emendamento parlamentare a qualche legge in discussione. Come che sia, Mussari, i vertici dell’Abi e pure i 10 miliardi di euro che le banche perderebbero, alla fine rimarranno al loro posto.