Cronaca

Uniti contro il razzismo in nome della Repubblica?

Tolosa, 7 e 50 di una mattina di sole. I ragazzi della scuola ebraica Ozar-Hatorah (medie e liceo) scherzano davanti a scuola. Qualche genitore si attarda a chiacchierare, con fratelli e sorelle minori per mano. Poi l’incubo, l’ignoto irrompere di un evento impensabile che tocca la paura più profonda di qualsiasi genitore: essere vittima del caso.

Un uomo scende da una moto e, senza togliersi il casco, entra nel cortile della scuola e apre il fuoco. Un professore di trent’anni, Jonathan Sandler, è ucciso, e così i suoi due figli di tre e sei anni. Esplode il panico: “Ci sparano addosso” grida qualcuno, ma l’assassino non si lascia distrarre e continua a sparare su adulti e ragazzi, ferendo gravemente un diciassettenne che ora è in ospedale. Rimette la pistola che si è inceppata nella cintura e continua a camminare verso l’uscita. La gente corre all’impazzata. L’uomo afferra una bimba per il braccio, si chiama Myriam, ha sette anni: lei cerca di divincolarsi, lui la tiene per i capelli, estrae un’altra pistola e le spara in testa, uccidendola. Poi risale sulla moto e se ne va.

Com’è possibile? Come fa una società a difendersi da eventi così assurdi, impensabili?

Accorrono i politici nella giornata. Nicolas Sarkozy, lo sanno tutti, in queste circostanze dà il meglio di sé: un misto di fermezza e di commozione nella voce. E’ forse più un uomo di emergenze che di apparato. Anche François Hollande arriva trafelato. Meno carismatico forse, ma fermo e deciso, in un messaggio di unità nazionale che non lascia trasparire alcuna incertezza: il razzismo non ha posto nella Repubblica e il primo dovere della Repubblica è di difenderci:“E’ la Repubblica, è ciò che la Repubblica ha di più grande e di più forte, è la sua unità che deve rispondere a questa barbarie”.

Poco dopo la polizia conferma che è lo stesso uomo che ha ucciso, qualche giorno fa, il paracadutista Imad Ibn Ziaten, sempre a Tolosa, e altri due militari, Abel Chennouf e Mohamed Legouad, a Montauban, una città vicina, ferendone un terzo, Loïc Liber, che è in ospedale tra la vita e la morte.

La Francia è sotto choc. Ieri sera a Parigi, la gente invadeva le strade chiedendo un conforto impossibile davanti a tanta devastazione. Da straniera quale sono in Francia, con due figli che portano cognomi ebraici, questa mattina mi sono svegliata inquieta: ho accompagnato i miei figli a scuola guardandomi intorno agitata. Mi chiedevo perché il razzismo sia ancora un’opzione mentale possibile in società democratiche, aperte, ricche, capaci di gestire la differenza. E insieme mi chiedevo perché la Repubblica dovrebbe rassicurarmi.

Non è la Repubblica che ha imposto una legge contro il velo? Non è la stessa Repubblica che impone che i figli d’immigrati debbano parlare il francese come i francesi per essere considerati “concittadini”? Non è ancora essa che, sotto il ministro dell’interno Debré nel 1997, ha irrigidito le leggi contro i figli degli immigrati affermando esplicitamente un legame diretto tra immigrazione e criminalità? Non è ancora la Repubblica che ha istituito nel 2007 un Ministero dell’identità nazionale?

La Repubblica è uno strano concetto nella modernità politica. Ripreso all’ora della rivoluzione francese sul modello della Roma Antica contro la monarchia, sopravvive a Napoleone il quale non esita a definirsi “Imperatore della Repubblica”. E’ il condividere insieme un sistema di valori, una pubblica immagine di chi si è e di chi si vuole essere e accettare che lo Stato si prenda cura di questi valori

Oggi significa molte cose: significa un’opposizione alla monarchia, ma sappiamo bene che paesi monarchici, come il Regno Unito, hanno governi e valori compatibili con quelli della Repubblica. Ogni tanto la confondiamo con la democrazia, anche se non c’è niente di meno repubblicano di una grande democrazia come gli Stati Uniti.

Soprattutto non confondiamo l’idea di Repubblica con l’idea di Nazione. La Repubblica non ha luogo, non ha sangue né suolo, non bagna i suoi campi di un sangue impuro, straniero (come recita l’inno nazionale francese: “Aux armes citoyens! Marchons, marchons qu’un sang impur abreuve nos sillons!)

Mi sentirò protetta dalla Repubblica quando non sarà più uno spazio nazionale, quando saprà difendere fino alla morte la mia differenza, quando sarà una cosa pubblica senza frontiere. Allora sì, mi sentirò sicura.