Cronaca

L’esperta di mediazione: “La lezione francese? Il dibattito pubblico”. Ma per la Tav è tardi

Iolanda Romano, specializzata in metodi di partecipazione: "Il confronto è obbligatorio. Non si discute solo del come, ma anche del se, della necessità dei lavori". Ma per la Val di Susa il confronto è avvenuto quando il progetto era già nella legge obiettivo. Eppure un buon esempio italiano c'è: la nuova Genova-Ventimiglia

Non è difficile da capire: subire una decisione è molto peggio che parteciparvi. E poi: ascoltare punti di vista altri è meglio che procedere con il paraocchi su una strada già tracciata. Il governo ha annunciato di voler rendere obbligatorio un confronto pubblico sulle grandi opere, come accade in Francia. È tardi per il Tav, ma in futuro sarà sicuramente utile: se realizzato bene il modello d’Oltralpe diminuisce molto il rischio di infrastrutture (e spese) inutili, minimizzando i danni per le popolazioni interessate. Lo spiega chiaramente Iolanda Romano, architetto, presidente di Avventura Urbana ed esperta in metodi di interazione guidata e tecniche di mediazione e confronto creativo.

Dopo il vertice sul Tav, il ministro Passera ha detto di voler adottare il confronto anticipato sulle grandi opere anche in Italia. In cosa consiste?

Il débat public sulle grandi opere è stato istituito nel 1995. Si tratta di una discussione aperta a tutti, ma gestita da una commissione che è terza rispetto agli interessi in gioco, diversamente dal caso dell’osservatorio sul Tav istituito dal governo, che è il committente dell’opera. Nel modello francese, il proponente dell’opera – tecnicamente si chiama maître d’ouvrage – sottopone il progetto alla commissione per il dibattito pubblico sulle opere di interesse nazionale, che è obbligatoria per quelle superiori ai 300 milioni di euro. È la commissione nazionale del débat public che decide se dare avvio o no al confronto. Ma nel momento in cui lo decide, il confronto diventa obbligatorio e, sottolineo, aperto a tutti. Nel débat public, e questo è importantissimo, non si discute solo del come, ma anche del se, dell’opportunità dell’opera. E deve svolgersi in una fase anticipata rispetto al progetto definitivo.

Servono modifiche per applicare questo protocollo in Italia?

Sì: mentre in Francia è tutto più centralizzato, qui le competenze sono talvolta d’interesse regionale. Quando il ministro Passera si è insediato ha scritto una lettera al commissario straordinario del Tav, Mario Virano, perché si potesse utilizzare l’esperienza dell’osservatorio per migliorare il modello. Questa richiesta ha messo in moto una riflessione all’interno dell’osservatorio. Quali sono le cose buone e quali da buttare? In questa riflessione sono stata coinvolta come esperta di mediazione dei conflitti, assieme ad altri. Abbiamo messo a confronto il modello francese del débat public con quello americano e ora stiamo individuando delle proposte.

Negli Stati Uniti come funziona?

È completamente diverso. Il metodo più diffuso si chiama Public consensus building e il confronto non è aperto a tutti ma ai portatori d’interessi, coloro che sono in grado di rappresentare i principali punti di vista sul tema. Anche lì c’è un mediatore indipendente, ma il suo obiettivo è raggiungere un risultato. Il débat public invece non deve per forza raccomandare una soluzione. È possibile, ed è successo, che si arrivi alla conclusione di non procedere con il progetto.

Quali sono i tempi del débat public?

Quattro mesi, prorogabili a sei. Al termine la commissione indipendente redige una relazione e la consegna al proponente, che entro tre mesi deve esprimere pubblicamente la sua decisione in merito al proseguimento o meno dell’opera. E deve spiegarla. Non è obbligato a tenerne conto, ma è obbligato a motivare la decisione.

Risultato?

Il fatto di ascoltare tutti ha di fatto cambiato il modo con cui i maître d’ouvrage progettano le opere. Ci sono stati 65 dibattiti tra il 1997 e il 2011: meno di un terzo dei progetti è proseguito tal quale come era iniziato. Negli altri casi o sono state seguite le indicazioni uscite dal confronto o il progetto è stato modificato o è addirittura stato abbandonato.

È un pressing politico?

Sì, la commissione – dicono i francesi – è una magistrature d’influence. Aprire la discussione e obbligare il maître d’ouvrage ad argomentare, a spiegare, a migliorare, ha di per sé un effetto positivo.

In Italia le procedure prevedono che la Valutazione d’impatto ambientale sia eseguita sul progetto definitivo. Non sarebbe meglio farla prima?

Ha poco senso procedere quando le decisioni sono già a uno stato avanzato, sono stati spesi molti soldi e si sono radicati dei convincimenti. Virano, ospite di Lucia Annunziata, ha affermato che uno dei vulnus fondamentali del caso Tav è il fatto che il confronto è avvenuto a valle del progetto, quando era già inserito in legge obiettivo e aveva preso una corsia di accelerazione.

Perché non è stato fatto un débat public sulla parte francese della Torino-Lione?

Quando il débat public è diventato legge il progetto era già a uno stadio avanzato.

Ma è stato fatto sulla Marsiglia-Nizza.

In quel caso il progetto iniziale di Alta velocità è stato completamente trasformato in un potenziamento della linea attuale,

E in Italia?

Molti ignorano che è stato fatto il primo débat public su una grande opera, la nuova autostrada che affiancherà la Genova-Ventimiglia. Autostrade ha presentato un progetto preliminare. Il sindaco Marta Vincenzi, visto che l’opera era molto controversa, ha proposto un dibattito pubblico, su quattro alternative di tracciato. Dopo tre mesi è stata stesa la relazione finale. Alla fine Autostrade si è pronunciata a favore del tracciato suggerito dal dibattito pubblico. Attenzione: non è uno dei quattro, ma un ulteriore quinto. Che riduce in modo sostanzioso l’impatto negativo dell’opera sulla popolazione residente, portando da mille a 200 le famiglie coinvolte.