Diritti

La donna e l’intolleranza: della cultura di sinistra

La donna, da onorare e rispettare, si sa, è una barzelletta.
Giorni fa parlavo con una mia amica psicologa dei danni che la televisione fa, mostrando strafiche al popolo di sesso maschile che guarda il piccolo schermo con la moglie accanto che strafica, ogni giorno che passa, lo è sempre meno. La psicologa mi fa: E non sai i danni che fa la televisione alle donne che sono state operate al seno e che magari sono gonfie… Una mi ha detto: Mi sento spazzatura.
La tv spazzatura fa sentire spazzatura chi non dovrebbe, bene.

Ma c’è un altro male per alcune donne: l’intolleranza.
Della stessa sinistra bacchettona, a volte delle femministe.

Una vita fa. Lavoro in fabbrica, io. Dopo il diploma così ho voluto. E sono iscritto al sindacato. Alla Cisl di Carniti. E faccio il sindacalista metalmeccanico in quelle che allora si chiamavano Commissioni interne.
Un giorno c’è un’assemblea.
Parla un sindacalista a tempo pieno.
Forse è meglio non fare uno sciopero con un picchetto davanti alla fabbrica, dice.
Poi spiega: I rapporti di forza sono cambiati, non sono più a nostro favore.
La donna che mi sta accanto mi sussurra all’orecchio: Cosa vuol dire rapporti di forza?

Giorni dopo sollevo la questione al sindacato.
Dico che, almeno con gli operai e con le operaie, bisogna usare un linguaggio semplice.
Mi risposero in malo modo.
Chi non vuole essere tagliato dal mondo, chi non vuole essere sopraffatto deve attrezzarsi a capire.
Ricordo perfettamente: era mattino.
Sarei andato a lavorare il pomeriggio, turno dalle 14 alle 22. Lavoro, più viaggio, più darsi una ripulita – perché il grasso della fabbrica ti entra dentro la pelle e devi sfregare, sfregare – fa in tutto nove ore. Anche più. Io sono fortunato, perché per esempio non prendo l’autobus, che ci mette una vita.
Ho tempo, io, per leggere il giornale al mattino, guardare un film, poi, quando torno a casa.
La signora che mi stava accanto no.
Al mattino doveva badare al figlio più piccolo, fare la spesa, tenere pulita la casa. Poi andare a prendere a scuola il figlio che frequentava le elementari. Poi preparare da mangiare per tutta la famiglia. Poi, correre in fabbrica. Poi tornare, mettere a letto i figli, azionare la lavatrice perché i bimbi si sporcano, tanto, e il marito pure: lavora in fabbrica pure lui.
Verso le undici di sera, facciamo undici e mezzo la signora, stando alla burocrazia sindacale, avrebbe dovuto accendere l’abat jour e mettersi a leggere, preferibilmente l’Unità, e spegnere tutto il resto: la televisione ed eventuali bollenti spiriti del consorte.
Altrimenti non si cresce, non si cresce. La sinistra non ammette l’ignoranza.
Ma le mondine del vercellese che, nel 1906, presero botte dai carabinieri a cavallo quando si coricavano sui binari per impedire che arrivassero i treni con le crumire cosa leggevano?
E i socialisti che le guidavano come parlavano?