Politica

Caro Monti, la laicità dov’è?

Signor Presidente del Consiglio, tanti italiani laici e cattolici, credenti o diversamente credenti seguono con attenzione e simpatia la Sua azione di governo per eliminare incrostazioni di male pratiche, furberie e uso disinvolto del denaro pubblico lasciato in preda alle lobby. Non si tratta solo di risanare i conti pubblici – opera già meritoria – ma di portare trasparenza in un sistema appesantito dallo scarso senso dello Stato di troppi protagonisti della vita sociale. Nei giorni scorsi Lei ha iniziato una piccola rivoluzione, bloccando l’evasione fiscale di tanti enti ecclesiastici dall’attività “non prevalentemente commerciale”. Lei ha compiuto un gesto di normalità, laddove i passati partiti di governo avevano fallito per opportunismo elettorale o per debolezza. La stragrande maggioranza degli italiani – alla luce dei sondaggi sull’Ici del Suo collega accademico, il sociologo cattolico Franco Garelli – sono dalla Sua parte e si augurano che Lei proceda sino in fondo portando chiarezza nei rapporti finanziari tra Stato e Chiesa.

Gli italiani sanno distinguere. Apprezzano il ruolo delle parrocchie, spesso unico riferimento sociale nel deserto delle città. Conoscono bene l’impegno delle suore di strada, che la notte soccorrono tossici, prostitute ed emarginati. Non chiedono certo irrazionalmente “tasse sulla carità”. Ma sanno distinguere a fiuto e per saggezza popolare tra le mense della Caritas o i volontari di Sant’Egidio, in cammino di notte per raggiungere i senzatetto, e i furbetti in tonaca che usano gli inghippi di legge per praticare lo sport dell’evasione. È giusto parlare, come Lei fa, di regole generali per il no profit. Ma gli italiani sanno anche che il dopolavoro ferroviario non è certo una lobby, la Conferenza episcopale invece sì. Lei ha l’opportunità di portare a termine un processo di rigenerazione cavouriano, da cattolico liberale: un assetto di gestione delle finanze in cui libero Stato e libera Chiesa operino ciascuno secondo le proprie funzioni. Nella chiarezza. Non c’è tuttora chiarezza nel trattamento delle scuole private cattoliche. Affidare l’esenzione dell’Ici-Imu al mero fatto dello status “paritario” e dell’impegno a reinvestire gli utili nell’attività didattica non è sufficiente. La fantasia italiana nell’utilizzare la legge è infinita. Lo si è visto anche nel campo delle (false) cooperative o nel finanziamento a (falsi) giornali di partito. Se si vogliono premiare le iniziative di solidarietà, allora servono parametri oggettivi: primo fra tutti quello che le rette delle scuole private, che chiedono l’esenzione, non siano superiori alle tasse scolastiche statali. Si possono costituire rendite di posizione anche con bilanci formalmente in pareggio. Tuttavia è l’insieme dei rapporti Chiesa-Stato ad avere bisogno di una ventata fresca di regolarità europea. Lei ha spiegato in queste settimane ai suoi interlocutori ecclesiastici che le misure da Lei prese non sono sotto il segno dell’“ostilità”. Un giusto criterio.

Prosegua su questa strada e precisi per legge che qualsiasi persona giuridica – anche le diocesi – laddove riceve finanziamenti statali è tenuta a esibire bilanci pubblici. Sarebbe un grande contributo alla chiarificazione. In Germania, che Lei conosce bene e dove La stimano molto, questo requisito minimo è seguito da tutti senza problemi. La diocesi di Colonia non ha segreti per il fisco né per i concittadini contribuenti. Non Le sarà sfuggito che in queste settimane si svolge nel Palazzo apostolico un braccio di ferro tra chi ritiene che la via migliore per la Chiesa sia una trasparenza totale nella gestione finanziaria e chi esita a esserlo sino in fondo. Promuovere la trasparenza è un regalo che il credente può fare alla propria Chiesa. E un premier ai suoi connazionali. Lei ha l’occasione, infine, di riportare ordine nella questione dell’8 per mille. I maggiori partiti, terrorizzati dalle elezioni, non ce la fanno. Lei può annunciare anzitutto ai contribuenti, prima della dichiarazione dei redditi, come saranno utilizzati i fondi che andranno allo Stato per iniziative umanitarie. È un modo corretto per garantire ai cittadini la dovuta libertà di scelta. Ma soprattutto Lei ha la facoltà di attivare la commissione ecclesiastico-governativa, incaricata di valutare l’andamento del gettito dell’8 per mille. È la sede in cui sarà facile rendersi conto che l’attuale gettito di un miliardo è cinque volte superiore a quella che una volta era la congrua, l’aiuto diretto dello Stato alla Chiesa. Riesaminare la somma e riportarla a una proporzione equa rispetto al momento della riforma del Concordato e alle intenzioni dei suoi negoziatori sarebbe un giusto atto di tutela del bilancio dello Stato. Specie adesso che ogni centinaio di milioni di euro risparmiato è provvidenziale. Nessuno si nasconde che liberare tutta questa materia da bizantinismi e rendite ingiustificate Le procurerebbe qualche stridula accusa e anche opposizione nell’eterogenea maggioranza, che La sorregge. Però avrebbe dalla Sua la maggioranza degli italiani di ogni fede. E dissiperebbe l’impressione che basta essere lobby tenaci come tassisti e avvocati per intralciare la Sua politica.

Con stima, Marco Politi