Cronaca

Processo Garofalo, l’ex marito: “Non l’ho sciolta nell’acido, di lei non mi importava più”

Carlo Cosco, nelle dichiarazioni spontanee rilasciate alla Corte d'Assise di Milano durante il processo che lo vede imputato per l'omicidio della donna, afferma: "Quando Lea aveva collaborato con la giustizia aveva detto delle bugie perché non ci stava con la testa"

Quando Lea Garofalo aveva collaborato con la giustizia contro la ‘ndrangheta aveva “detto una bugia, perché non aveva la testa”. A dichiararlo è stato l’ex convivente della donna, Carlo Cosco, durante il processo che lo vede imputato per l’omicidio della donna che, secondo l’accusa, venne sequestrata e poi sciolta in 50 chili di acido a Milano dall’ex compagno. “Se la volevo uccidere, la uccidevo in Calabria” ha aggiunto Cosco davanti ai giudici della prima Corte d’Assise.

Nel processo, oltre all’uomo, sono imputate  altre 5 persone ritenute, dagli investigatori, vicine a una cosca della ‘ndrangheta del Crotonese e tutte accusate, a vario titolo, per il sequestro e l’omicidio della donna, che avvenne, stando alle indagini del pm Marcello Tatangelo, fra il 24 e 25 novembre 2009. La donna nel 2002 aveva deciso di testimoniare sulle faide interne tra la famiglia Cosco e un’altra rivale, parlando anche di alcuni omicidi. Finita sotto protezione era uscita dal programma nel 2006.

Parte civile contro il padre e gli altri imputati è anche la figlia di Lea, Denise, oltre alla sorella e alla madre della donna. Oggi Cosco ha voluto prendere la parola davanti ai giudici, ai quali si è rivolto con un “siamo nelle vostre mani, abbiamo fiducia in voi, nella Corte”. Prima ha spiegato di essere “estraneo ai fatti”, aggiungendo: “La verità la so solo io e farò chiarezza. La sorella della mia ex mi ha descritto come un uomo violento e senza scrupoli, ma io vengo da una famiglia onesta di lavoratori e ho la coscienza pulita”. Il suo rapporto con Lea l’ha descritto così: “Con la mia ex non riuscivo a trovare un equilibrio familiare e di lei non me ne fregava più niente”. E ancora rivolto alla Corte: “La prova si forma in aula e non con le parole inventate”.

Inventate, secondo Cosco, sarebbero le affermazioni messe a verbale dal pentito Angelo Cortese, che ha fornito dettagli sull’omicidio, parlando con gli inquirenti . Poi il suo racconto riguardo alla collaborazione della ex compagna: “Lei mi aveva detto che aveva raccontato degli omicidi, ma mi ha detto anche che era una bugia, perché non aveva la testa”. E sui giorni trascorsi a Milano con la figlia da Lea, prima della sua scomparsa, ha affermato: “Lei voleva venire a Milano e a me faceva piacere, io quella sera l’ho riportata in albergo a tarda notte. Se dovevo ucciderla, lo facevo a Catanzaro”. Infine, sempre rivolto alla Corte: “Lasciate stare la mia famiglia e gli altri imputati, siamo tutti innocenti”. Il 26 marzo la parola passerà al pm per la requisitoria.