Politica

Il rebus derivati e le tasse dei milanesi

La giunta di Giuliano Pisapia ora è alle prese con il rebus derivati. Roba complicata per natura, gli swap e gli altri prodotti di “finanza creativa” comprati e rinegoziati dai predecessori di Pisapia, Gabriele Albertini e Letizia Moratti e diventati un rischio che pesa come un macigno sui conti futuri del Comune di Milano. Il nuovo direttore generale del Comune, Davide Corritore, è uno dei pochi ad avere le competenze professionali per affrontare il rebus derivati sapendo di che cosa si parla. In questi mesi ha condotto una trattativa con i quattro istituti di credito coinvolti (Deutsche Bank, Depfa Bank, JpMorgan, Ubs). E ora ha presentato una bozza d’accordo.

Buona
, secondo l’assessore al Bilancio Bruno Tabacci, felice d’incassare 40 milioni da mettere nel bilancio 2012, evitando così di aumentare ai milanesi l’addizionale Irpef. Pessima, secondo l’opposizione leghista rappresentata da Matteo Salvini, che ha annunciato esposti alla Corte dei conti e alla Procura, sostenendo che l’operazione farà perdere al Comune 120 milioni di euro. Che cosa prevede l’accordo? La chiusura anticipata dello swap sui tassi d’interesse (grande rischio per il futuro, ma oggi positivo per il Comune) e il mantenimento fino alla scadenza del 2035 di altri prodotti (il credit default swap, oggi negativo). Risultato: la transazione dovrebbe portare a Palazzo Marino 476 milioni di euro. Una parte di questo malloppo (23 milioni) finirà in commissioni alle banche, un’altra (413) sarà reinvestita dall’amministrazione in titoli. Subito, entreranno nelle casse della città 40 milioni. Negli anni prossimi, si aggiungeranno gli interessi sui titoli e nel 2035 il recupero del capitale.

Ci sono però gli effetti collaterali dell’accordo: il Comune dovrà rinunciare alla causa civile e ritirarsi dal processo penale in corso per truffa aggravata (il procuratore aggiunto Alfredo Robledo ipotizza che le banche si siano intascate 100 milioni di profitti occulti); dovrà rinunciare a rivalersi sulle persone fisiche (i dipendenti delle banche) che hanno fatto gli accordi ai danni del Comune; e dovrà impegnarsi a non opporsi alla richiesta di restituzione dei 100 milioni già sequestrati dai magistrati agli istituti di credito. Condizioni inaccettabili, per il leghista Matteo Salvini, per il consigliere del Movimento 5 stelle Mattia Calise, per il leader del Terzo polo Manfredi Palmeri. Non piacciono neppure al presidente del Consiglio comunale, Basilio Rizzo, che ha votato sì, ma a una delibera che decide soltanto il deposito dei 40 milioni sui conti del Comune: le modalità dell’accordo e le sue condizioni sono state votate solo in giunta.

Questo accordo con le banche, alla fin fine, sembra una specie di derivato sui derivati: impone di rinunciare alla possibilità (astratta e lontana) di portare a casa forse più soldi domani, in caso di vittoria nei processi, mettendo però a bilancio quei 40 milioni, maledetti e subito, che evitano di aumentare le tasse ai milanesi.

Il Fatto Quotidiano, 23 Febbraio 2012