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Calcio e mafia, i boss puntano tutto sui campionati minori: dal nord al sud

L'allarme viene lanciato dal procuratore capo di Lecce Cataldo Motta per il quale ben sette società militanti nell’Eccellenza pugliese sono controllate direttamente da appartenenti alla Sacra Corona Unita.

Lavatrici di soldi sporchi, mezzi per mantenere il controllo del territorio e alimentare il voto di scambio. In questo si trasformano le società di calcio minore quando la mafia se ne impossessa. Lo pensa Cataldo Motta, Procuratore capo di Lecce, che ha raccontato negli ultimi giorni come sette società militanti nell’Eccellenza pugliese siano controllate direttamente da appartenenti alla Sacra Corona Unita.

Già in occasione della relazione dello scorso anno Motta aveva denunciato ingerenze mafiose in alcune società minori pugliesi: dal Monteroni, squadra che nell’organigramma societario conta due fratelli destinatari di misure di prevenzione antimafia, al Poggiardo, il cui ex patron Merico era stato condannato per traffico di sostanze stupefacenti, fino a Racale di De Lorenzis, condannato in primo grado e poi assolto per traffico di stupefacenti e denunciato per tentato stupro da Patrizia D’Addario (denuncia poi archiviata). Una soluzione è possibile, secondo Motta, che ha raccontato di avere allo studio, in collaborazione con la Federazione Italiana Gioco Calcio, un protocollo che prevede la certificazione antimafia per chi lavora nei club calcistici.

Protocollo che sarebbe “un antidoto, ma non decisivo” secondo Daniele Poto, giornalista autore del libro inchiesta “Le mafie nel pallone”, che a ilfattoquotidiano.it spiega: “I prestanome nel mondo del calcio si sprecano. Per arginare il problema bisognerebbe andare a fondo nella composizione societaria dei club, dalla serie A fino ai dilettanti, ma occorrono strutture specializzate e dai costi relativamente alti”.

Un fenomeno, quello del pallone ai piedi della mafia, da cui non è esente nemmeno il nord, secondo Poto: “Almeno apparentemente il mondo del calcio minore al nord è meno contaminato, ma naturalmente la situazione sta cambiando, peggiorando purtroppo”.

Al sud, invece, gli esempi di calcio malato di mafia si sprecano: il Giugliano calcio, squadra dell’Eccellenza napoletana, fu sequestrata perché ritenuta riconducibile al clan camorristico dei Mallardo, la Virtus Baia fu acquistata alla fine degli anni novanta dal clan Pariante e addirittura la Boys Caivanese ospitava all’interno dello stadio un nascondiglio per le armi della guerra di camorra.

In Campania si arriva fino in serie B, dove milita la Nocerina, di proprietà di Giovanni Citarella, imprenditore nel ramo del calcestruzzo, figlio di un camorrista cutoliano, condannato per concorso in tentato omicidio e uscito assolto da vari procedimenti per camorra.

In Calabria due squadre di calcio, la Cittanova Calcio e il Rosarno, sono state sequestrate perché di proprietà del clan Pesce, che, secondo un collaboratore di giustizia, se ne servivano, oltre che per aumentare la popolarità del clan, anche per veicolare carichi di droga attraverso l’entourage di calciatori.

Infiltrazioni che talvolta vanno oltre gli intenti, con la passione che prende il sopravvento sulle convenienze del clan: un dirigente del Marina di Gioiosa Jonica, Rocco Aquino, ha pensato bene di inviare sms per commentare le espulsioni dei figli calciatori a una trasmissione sportiva locale, cosa che gli è costata la latitanza.

E in caso di arresto anche il calcio deve mostrare solidarietà: nell’agrigentino, il presidente dell’Akragas fu costretto a dimettersi per aver dedicato una vittoria della sua squadra ad un boss appena finito dietro le sbarre.

Ce n’è per tutti i gusti insomma, a testimonianza che lontano dai riflettori della serie A il mondo del calcio è sia un comodo business: in un campionato dilettantistico contratti non ne esistono, esistono rimborsi che non devono essere giustificati , e considerando che una prima categoria di vertice, secondo gli addetti ai lavori, costa intorno ai 50-60mila euro, è facile capire che riciclare cifre del genere in un colpo solo è un’occasione ghiotta.

E poi c’è il prestigio: “Il presidente (mafioso) di una squadra di calcio – commenta Poto – spesso ha un potere enorme: in un paesino ha quasi sempre più influenza del sindaco, data la popolarità di questo sport”. Il rischio di campionati tra cosche di calcio, più che tra squadre, sembra concreto.