Economia & Lobby

Consob: dietro i trust di Premafin c’è sempre la famiglia Ligresti

Salvatore Ligresti e figli hanno il 70 per cento di Premafin e non il 50, come hanno sempre fatto credere sia al mercato che alla Consob. Proprio la Commissione di Borsa ha svelato ‘l’arcano’ segreto della proprietà dei due trust azionisti della finanziaria di famiglia, a capo dell’ex impero assicurativo Fondiaria-Sai e Milano assicurazioni, oggi come noto in vendita. The Heritage Trust che detiene il 12,14 per cento dei titoli Premafin attraverso una decina di società ed Ever Green Security Trust che ha il 7,8 per cento, sempre attraverso altre società, entrambi regolati dalla legge delle Bahamas (un paradiso fiscale offshore inserito nelle black list dell’Agenzia delle entrate), risultavano fino ad oggi in un certo senso “orfani” perché formalmente non erano riferibili a nessun azionista con un nome e un volto. D’altronde questi particolari fondi, molto utilizzati in Gran Bretagna, sono congegnati proprio per nascondere il reale beneficiario delle attività che amministrano. Una sorta di tesoretto celato ad occhi indiscreti.

I due trust sono spuntati a fine del 2011, dopo l’addio a Premafin del Credit Agricole Suisse, che deteneva circa il 10 per cento nel periodo di massima esposizione, e si era allontanata dalla società con l’emergere del dissesto finanziario del gruppo e la messa in vendita delle attività. La Consob aveva voluto vederci chiaro sui nuovi azionisti della holding. Ma le richieste di delucidazioni alla famiglia Ligresti su chi fossero i proprietari di quegli importanti pacchetti di titoli erano cadute nel vuoto. Un trust, come si è detto, serve a nascondere. E la consegna consegna era stata mantenuta, com’è chiaro da stasera.

Quel 20 per cento era il salvadanaio segreto dei Ligresti, che se fosse stato consegnato in offerta pubblica di acquisto (opa) prevista inizialmente da Unipol come voleva il piano orchestrato da Mediobanca per l’uscita della famiglia, avrebbe fruttato ben di più dei 70 milioni di euro dei titoli oggetto dell’accordo alla luce del sole sul 50 per cento di azioni “in chiaro”. Un ulteriore vantaggio in barba al crac che, finito in società controllate da un trust offshore, sarebbe stato addirittura esentasse per la sua plusvalenza.

Ma anche nella seconda ipotesi, congegnata dopo le proteste degli azionisti di minoranza di Fondiaria Sai e Milano assicurazioni che non avrebbero beneficiato di nessuna opa, il risultato sarebbe stato diverso da quello prospettato in quanto i Ligresti tramite i trust sarebbero rimasti ancora azionisti del gruppo anche dopo le fusioni tra le quattro società in gioco (Unipol, Premafin, Fondiaria Sai e Milano assicurazioni), potendo dire la propria ancora in assemblea dei soci, pur con una quota molto diluita e beneficiando degli eventuali dividendi futuri, sempre esentasse.

C’è da dire che gli operatori sul mercato avevano fiutato la cosa, ma ovviamente ciò non basta per attribuire la paternità in senso giuridico. La Consob ha invece ricostruito che un pacchetto di titoli pari al 24 per cento circa delle quote Premafin era sparito dai radar già dal 1993, trasferito a trust esteri e poi tramite vari passaggi arrivato alla composizione delle due entità delle Bahamas.

Oggi dopo la riunione del consiglio d’amministrazione di Mediobanca, creditrice per 1,1 miliardi di Fondiaria Sai e artefice del progetto Unipol, l’a.d. Alberto Nagel ha detto che Mediobanca difende il progetto Unipol-Fonsai in quanto la proposta della compagnia bolognese è l’unica che risponda ai criteri di solidità e durevolezza, mentre nessun operatore europeo (si parla di della francese Axa) ha mai espresso interesse alla totalità della società fiorentina. Unipol e Mediobanca potevano sapere? Cosa farà la compagnia bolognese adesso? Continuerà nella propria strada o si tirerà fuori per levarsi dall’impaccio di una situazione assolutamente non chiara? Domande non semplici cui rispondere adesso, così come sul ruolo Palladio e Sator, entrate ufficialmente nella partita da poco.