Cronaca

Gabriele Sandri, giustizia giusta

Omicidio volontario, è andata come doveva andare. Una sentenza definitiva che consegna alle patrie galere un pistolero che scambia l’autostrada più trafficata d’Italia in un far west, sfoderando dalla fondina l’arma d’ordinanza, esplodendo due colpi di rivoltella, uno ad altezza d’uomo e contro una macchina in transito nell’altra carreggiata, con cinque giovani a bordo. Uno lo ammazza. “Il diritto non è un terno all’otto – ha detto ieri in Corte Suprema di Cassazione il Procuratore Generale Francesco Iacoviellose pensassimo che lo sparatore fosse un pregiudicato, qualsiasi giudice impiegherebbe 20 secondi a condannarlo. Se invece pensassimo che a sparare fosse un tifoso, sarebbe stato condannato in 40 secondi”. Al di là della timing, è l’elementare principio della legge uguale per tutti. Perché l’11 Novembre 2007 sparò e uccise Luigi Spaccarotella, agente della Polizia Stradale, in servizio proprio su quel tratto autostradale.

Ultras contro polizia, tifosi ACAB contro tutori dell’ordine, come in un film. Su questa dicotomia si è cercato di far ruotare l’impalcatura immaginaria del processo, ma anche il dibattito nell’opinione pubblica. Quanto di più depistante per coprire impulsività e irrazionalità alla base dell’omicidio di Gabriele Sandri. Perché quando il galeotto Spaccarotella decise di esplodere il colpo mortale, Gabbo non era stato riconosciuto come sostenitore laziale (non aveva bandiere né sciarpe). Perché, per assurdo, anche se Sandri fosse stato il peggior pregiudicato e il più efferato criminale ricercato sulla faccia della terra, per come sono andati i fatti, riferiti da 5 testimoni super partes (pure una guida turistica giapponese!), Gabbo non meritava di essere ucciso in quel modo barbaro. Sparato a da una parte all’altra dell’autostrada, come una preda sacrificata al poligono di tiro. Sarebbe bastato semplicemente prendere il numero di targa della sua macchina, avvertire e chiudere i caselli dell’A1 per procedere all’identificazione degli occupanti del veicolo. Punto e basta. Nel rispetto di regole, legge e diritto. La cosa più normale del mondo che un pubblico ufficiale, codice penale alla mano, può e deve fare.

“Mi è stato riferito di alcune gravissime dichiarazioni rilasciate stamattina su Canale 5 dall’onorevole Daniela Santanché – scrive oggi su Facebook Giorgio Sandri, riferendosi ad un attacco della berlusconiana alla sentenza – significa infangare per l’ennesima volta l’operato e l’indipendenza della magistratura, omettendo tre gradi di giudizio. La politica deve capire che c’è un limite a tutto: dopo Ruby nipote di Mubarak… si vuol dire che Gabriele si è ucciso da solo? E che Spaccarotella è innocente? C’è chi continua a soffiare sul fuoco nel tentativo di contrapporre le tifoserie alle forze dell’ordine. L’Italia deve trovare il coraggio di cambiare.” Come dargli torto? Come continuare a sostenere l’insostenibile, solo per utilitaristici tornaconto personali e pure di basso profilo politico? Perché ostinarsi a negare evidenza e realtà dei fatti, nonostante l’autorevolezza del pronunciamento del vertice della giurisdizione ordinaria?

Mi avete condannato prima voi della stampa. I processi si fanno nei tribunali, non in televisione”, ha detto ieri sera un arrabbiatissimo Luigi Spaccarotella ai microfoni del Tg1, dimenticandosi che proprio un tribunale (e non massmedia e piazza forcaiola) l’ha condannato a 9 anni e 4 mesi di carcere, con l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Strano che Spaccarotella dimentichi i tempi in cui aveva tentato di utilizzare stampa e tv per invertire i ruoli di vittima e carnefice. E’ ancora on-line un servizio fotografico in esclusiva per L’Espresso che lo ritrae in un candido abito bianco da buon samaritano sulla scena del delitto. E come dimenticarsi le performance in simultanea al Tg2, su Sky e Canale 5, in cui si sperticò a cambiare (ad usum delphini) la versione dei fatti, negandosi poi all’interrogatorio in aula davanti ai giudici? E come non ricordare l’apparizione a Quarto Grado su Rete 4, in cui percorse mediaticamente la pista della pietas cristiana e della captatio benevolentiae, presentandosi a tiro di telecamera, strappa lacrime, con un rosario in mano?

L’uccisione di Gabriele Sandri, una giornata buia della Repubblica, fu il sottotitolo del mio libro uscito nel 2008, in libreria prima ancora della fase dibattimentale in Corte d’Assise. Già all’epoca, analizzando in un’inchiesta verità il caso, senza tabù né peli sulla lingua scrissi apertamente che si trattava di omicidio volontario. Watchdog function, quasi un secolo fa ripeteva Lord John Reiht, storico direttore della BBC. Evidentemente non mi ero sbagliato.

Video – Spaccarotella verso il carcere:dito medio a giornalisti (Arezzo Tv)