Politica

Il naufragio del Parlamento

Il Parlamento italiano, ai giorni nostri. Prima scena. Il deputato Antonio Razzi, gruppo dei “Responsabili”, che, insieme a Scilipoti, il 14 dicembre 2010 ha abbandonato Italia dei Valori e ha assicurato a Berlusconi l’ultima maggioranza, ha scritto un libro per l’importante editore Mondadori. Il 1 febbraio il libro viene presentato alla Camera e la folla trabocca nella grande sala di Montecitorio detta” Il Mappamondo”. Sono presenti a decine deputati del vecchio regime, autobus di giornalisti, l’autore “responsabile” e il suo editore, che è la stessa persona che Razzi ha salvato in Parlamento, che stipendia metà dei giornalisti presenti (e intimidisce anche adesso l’altra metà, vedere per credere le ultime nomine Rai) e che conta di ritornare alla grande alla testa delle sue televisioni pubbliche e private e, se necessario, guidando un nuovo partito che sarà facile mettere insieme, visti i premi in palio.

Seconda scena, stesso Parlamento, stesse comparse, stesso giorno. A mezzogiorno entra in aula il Presidente Fini e annuncia che intende commemorare Oscar Luigi Scalfaro, Presidente emerito della Repubblica, Senatore a vita, deceduto da poche ore. Non appena il presidente della Camera inizia a parlare (si tratta ovviamente dell’omaggio formale a un Capo dello Stato defunto, un omaggio radicato nella ritualità parlamentare che non ha niente a che fare con giudizi storici, morali, politici), quasi tutti i deputati Pdl abbandonano in modo deliberatamente teatrale l’aula, guidati dall’ex ministro Brunetta.

Terza scena, un po’ più immaginaria. O meglio, sembra immaginaria ma la parola giusta è “folle”. All’improvviso la mattina del 2 febbraio l’animale dormiente si risveglia. Lega e Pdl votano insieme come ai vecchi tempi e, come ai vecchi tempi, votano contro i giudici. All’improvviso nel mezzo di una legge comunitaria che si occupa di trasporti e materiali tossici, viene approvato con voto segreto un emendamento estraneo e incostituzionale: la responsabilità civile dei magistrati. Ovvero i giudici saranno d’ora in poi obbligati a risarcire Cosentino, Milanese, Papa, Tedesco, Lusi, più tutti gli altri imputati (deputati o senatori) che venissero mai inquisiti, oltre, naturalmente, a Berlusconi.
Sembra una brutta fiaba: nel mezzo di una violentissima crisi economica da cui non siamo ancora usciti e in cui il Parlamento ha la sua parte di colpa (silenzio, distrazione, inerzia), quel Parlamento ora mette sotto processo i giudici che osano processarlo. Si può spiegare ciò che accade?

Ci provo. Il Parlamento italiano giace su un fianco. Una parte, emersa, è tuttora densamente popolata, ma non può muoversi. Una parte è frequentabile solo dai sommozzatori, persone che, ogni tanto, da sole e nel buio della parte sommersa, si incontrano per concordare qualcosa e, se i respiratori funzionano, anche una nuova legge elettorale. E forse, riforme condivise. Non c’è ironia, benchè il riferimento al brutto e colpevole naufragio del “Concordia” offra una analogia triste e calzante.
Ormai si capisce che il Parlamento non funziona, e questo non è più un giudizio di merito o una nuova puntata del lungo discorso sulla cattiva politica. È un dato di fatto. Non funziona perchè non può funzionare. È un’opera senza musica, un dramma senza copione, un film senza trama.
Non è vero, come si legge spesso, che ” le aule sono vuote e deserte”. Ci sono tutti. Ma perchè, visto che nessuno rappresenta niente oppure solo il passato? Qui bisogna fare delle distinzioni.

Questa non è una accusa al governo Monti, che sta lavorando intensamente in collegamento – finalmente utile e rispettoso – con gli altri governi europei, e sta eseguendo una gigantesca manovra a spinta per riportare il Paese Italia su un percorso che non sia il vecchio binario morto. E non è neppure un’accusa, ormai divenuta tradizionale, alla ignavia parlamentare o alla sua presunta pigrizia. Questo Parlamento, in questa strana e anomala fase della vita italiana, deve restare fermo per non intralciare il lavoro alacre e intenso del governo. Fermo vuol dire che, nelle Commissioni, i parlamentari ascoltano il governo, scambiarono apprezzamenti e approvano. E in assemblea i parlamentari non hanno scelta: devono mostrare unità e concordia e votare nello stesso modo, sempre e soltanto a sostegno del governo. Oppure possono organizzare una bella festa goliardica. Ricompattano la vecchia maggioranza, ottengono di decidere con il voto segreto (sarebbe incostituzionale per materie costituzionali) e quando vincono si abbandonano a una festa tribale.

Possiamo dire che è stato proprio il Parlamento a ridursi così perchè la sua maggioranza è stata complice, granitica e cieca alleata di Berlusconi, fino al punto da dichiarare con voto di fiducia che una prostituta minorenne accasata ad Arcore era la nipote di un capo di Stato arabo. E tutto ciò di cui è capace oggi (è accaduto il giorno 2 febbraio) è di ripetere la festa un po’ oscena mentre dura ancora il pericolo per la salvezza economica. Poi torna il silenzio e il sussurro, a questo punto altrettanto osceno, del “lavorare insieme”.
Umiliazioni di questo genere si pagano. In meno di tre anni il Parlamento ha azzerato il suo peso, la sua capacità di contare, il senso stesso di esserci. L’antipolitica ha fatto irruzione in uno spazio già sgombro di prestigio e di credibilità. Ma non è l’antipolitica che ha ridotto il Parlamento al punto da non contare. Il danno gravissimo è auto-inflitto. Infatti, mentre le Camere hanno perso tutto il tempo a onorare e obbedire un estroso uomo di spettacolo occupato solo con se stesso, infuriava una crisi che stava per spazzare via lo sfortunato Paese Italia.

Ma, attenzione. Con un Parlamento così (ovvero con la sua maggioranza che ci ha portati a questo punto) non si può e non si deve fare niente insieme. Il governo, dopo quello che è accaduto, è il solo a dare le carte. Il problema non è se quelle carte ti piacciono o no. Il problema è che un Parlamento che ha taciuto prima, quando poteva evitare il danno, e ha prodotto solo eventi da carnevale triste, ha perso il diritto di intervenire.

Il Fatto Quotidiano, 5 Febbraio 2012