Società

Seconde generazioni al tempo della Serenissima

Dobbiamo essere fieri del fatto che, pur mantenendo un legame con le loro origini, essi esprimono la volontà di diventare italiani. Dobbiamo sentire una forte responsabilità e un preciso dovere di non deludere questa fede nell’Italia”. Con queste parole, il Presidente della repubblica Giorgio Napolitano, in un suo recente discorso, si riferiva ai ragazzi e alle ragazze , figli di immigrati, nati qui in Italia. Questi giovani, per i quali gli antropologi hanno coniato il nome di “seconde generazioni” o più comunemente “G2”, spesso non hanno la cittadinanza italiana pur essendo nati nel nostro Paese, parlando i nostri dialetti, a volte non conoscendo la terra di origine dei loro genitori e amando la nostra Italia. Questo problema, che affligge un milione di giovani, letteralmente con il permesso di soggiorno, deriva dalla nostra legislazione in materia di cittadinanza, che qui nel Belpaese prevede lo jus sanguinis, cioè la possibilità di diventare italiani per diritto di sangue.

Lo jus sanguinis è un bel paradosso, perché concede la possibilità di richiesta della cittadinanza – e la sua automatica e celere concessione – anche a chi ha soltanto un avo italiano. Il controsenso sta nel fatto che chi fa domanda per averla spesso non conosce neanche una parola di italiano, né la cultura del nostro Paese. Nessun problema, dirà qualcuno, nel far riscoprire le proprie origini a chi le avesse perse per strada, ricreando un legame con il Paese natale dei suoi progenitori. Ma allora perché abbiamo creato una generazione di “italiani con il permesso di soggiorno”, che parlano l’italiano meglio della lingua dei loro genitori, e hanno fatto qui le scuole? È in Italia che affonda le radici, questa gioventù esclusa.

Sto parlando di italiani che conoscono Dante, Boccaccio e la storia italiana spesso meglio degli “autoctoni”, e rischiano di essere espulsi se non rinnovano un permesso di soggiorno: un permesso ingiusto, incomprensibile, per chi come loro è italiano. La legge 91 del 1992 recita: “I minori nati in Italia potranno fare domanda solo dopo il compimento del diciottesimo anno di età (entro un anno dal compimento) e dimostrare la continuità del soggiorno regolare in Italia, sin dalla nascita”. Un modo per cambiare questa legge c’è, si chiama Ius soli. È il diritto di acquisizione della cittadinanza per nascita, il che significa che chi nasce in Italia è italiano. Proprio per cambiare questa legge è nata una campagna dal nome “L’Italia sono anche io”, in cui viene chiesto a gran voce di rivedere l’intera legge sul diritto di acquisizione della cittadinanza, tramite una raccolta nazionale di firme per presentare una proposta di legge alternativa. È importante che questi giovani diventino italiani a tutti gli effetti giuridici, perché, come ha detto il Presidente della Repubblica, “essi esprimono la volontà di diventare italiani”.

Qualcun altro, invece, sembra che questa volontà di essere italiano non c’è l’abbia più, almeno stando alle parole del Sen. Bricolo – in quota Lega Nord – che qualche giorno fa, nel suo discorso al Senato, diceva: “Mentre voi festeggiate i 150 anni dell’Unità d’Italia, io che sono veneto preferisco celebrare la Serenissima, che ha governato per mille anni. La storia va avanti e tutto può accadere, anche che, con questa manovra, i popoli del nord possano riprendersi la propria libertà”.

Io ho un’idea: perché, nell’attesa che la Serenissima ricompaia, chi non si sente più italiano non dona la sua cittadinanza a questi giovani ragazzi che hanno il diritto di essere italiani?