Diritti

Voto agli stranieri: il nì della Francia

«La nazionalità è la risposta alla domanda Chi sono?, la cittadinanza è la risposta alla domanda Che cosa facciamo insieme?». Un ritornello che dal Senato francese, nel giro di poche ore, è andato diffondendosi su giornali e social network per arrivare fino ai manifestanti che occupavano le piazze parigine. “Che cosa vogliamo fare insieme?”: è la domanda lanciata dalla senatrice Esther Benbassa del gruppo Europe Ecologie-Les Verts, nel giorno della discussione sul progetto di legge per il diritto di voto ai cittadini non comunitari alle prossime elezioni municipali. Una legge approvata nella tarda notte di giovedì 8 dicembre con 177 voti a favore e 166 contrari, che tuttavia ha poche speranze di riuscita.

La proposta, inclusa nella famosa lista Mitterand, risale al lontano 1981. Si trattava della proposta numero 80 su 110 e prometteva il diritto di voto agli stranieri residenti in Francia da almeno cinque anni. Il progetto in seguito rimase nel cassetto fino al 2000, quando l’Assemblée Nazionale, durante il Governo guidato dal socialista Jospin, l’approvò. Tuttavia il piano non fu mai discusso al Senato, all’epoca sotto l’egida della destra. Ora ritorna alla ribalta, dopo che dal 25 settembre scorso la sinistra ha la maggioranza al Senato con un’Assemblea Nazionale e un Governo di destra. Ma la proposta di legge per avere successo deve essere approvata da entrambe le camere, poi in caso di un doppio sì finisce nelle mani del Capo dello Stato che può decidere di indire un referendum. Una lunga procedura che rende il voto dell’8 dicembre quasi del tutto inutile.

L’opinione pubblica è stata toccata direttamente dalla questione. Secondo un sondaggio IFOP apparso nelle pagine di Sud Ouest Dimanche, il 55% dei cittadini intervistati sarebbe favorevole al diritto di voto per i cittadini extracomunitari alle elezioni municipali, e il 75% di questi sono giovani: un elettorato per lo più di sinistra, stanco di uno schieramento politico che per non sfidare l’Ump e il Front National sul campo dell’immigrazione, preferisce girare intorno alla questione evitando di affrontarla direttamente. Una Francia d’immigrati di seconda generazione sarebbe forse più adatta dei suoi stessi rappresentanti a parlare e ad affrontare il problema dell’integrazione.

Fino ad ora in Europa sono dieci gli Stati che hanno concesso il diritto di voto agli stranieri extracomunitari: Belgio, Danimarca, Estonia, Irlanda, Islanda, Finlandia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi e Svezia. La destra francese si è schierata compatta sul fronte del no: «Il diritto di voto – ha dichiarato il Ministro dell’Interno Claude Guéant, – è un atto fondamentale della nostra cittadinanza e da secoli la cittadinanza è legata a doppio filo  alla nazionalità. Dobbiamo interrogarci su quali sarebbero le conseguenze dell’apertura dei consigli comunali agli stranieri». Stranieri non comunitari che d’un tratto potrebbero essere seduti nelle aule municipali a decidere di scuole, mense, giardini, imposte e piani di qualificazione. Di quelle stesse scuole che i loro figli frequentano, di quelle case che abitano da anni e di quei posti di lavoro che gli spettano per competenza e merito. È questo davvero quello di cui hanno paura i politici e il popolo di destra? I cittadini francesi alzano le spalle e si emozionano davanti alle parole di Benbassa, la senatrice che cita Apollinaire e che parla della sua patria come la patria dei diritti umani e della libertà. La prima Costituzione durante la rivoluzione francese, sempre secondo Benbassa, affermava che avrebbero potuto votare anche quegli stranieri ritenuti degni di umanità. Humanité, è il concetto che ha riecheggiato giovedì sera nei corridoi del Senato, quel “humanité” che è uno dei principi fondanti della nazione francese stessa.

«Bisogna stare in guardia, – ha aggiunto ancora Claude Guéant, – dalla minaccia che questi stranieri potrebbero rappresentare per i valori della nostra Repubblica, e soprattutto per la laicità».  A quanto pare, un cittadino che risiede in Francia da molti anni, lavora e paga le tasse, è ancora considerato nient’altro che una minaccia.

di Martina Castigliani

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