Emilia Romagna - Cronaca

L’università sperimenta sensori wireless per migliorare la vita dei malati di Parkinson

La ricerca viene fatta all'Alma Mater di Bologna ed è stata finanziata dall'Unione europea

Si potranno indossare al polso come un orologio o più semplicemente sulla cintura dei pantaloni e potranno portare a un miglioramento notevole nella qualità della vita di ogni malato. Parte dall’Università di Bologna e avrà il finanziamento dell’Unione Europea la ricerca per mettere a punto degli avveniristici sensori wireless. Questi piccoli apparecchi tecnologici, comunicando con una specie di lettore mp3, potranno sondare a distanza la condizione di chi soffre del morbo di Parkinson, rallentando così il progredire del male ed evitando al malato molte sedute riabilitative nei centri specializzati. I sensori consentiranno infatti una sorta di riabilitazione a domicilio.

Il progetto, presentato in occasione della giornata mondiale della malattia di Parkinson, si chiama CUPID (acronimo inglese che sta per “sistema a ciclo chiuso per la riabilitazione personalizzato e a domicilio delle persone con malattia di Parkinson) e cercherà di mettere appunto un metodo di riabilitazione a domicilio, sotto la supervisione medica a distanza, portando la tecnologia a casa dei pazienti. Tutto il sistema si baserà su piccoli sensori wireless che misurano i movimenti. I sensori a questo punto comunicheranno con un sistema video o con un dispositivo simile a un lettore mp3 per aiutare il paziente nel fare gli esercizi riabilitativi a casa, o addirittura al parco durante una passeggiata. Tutte le informazioni riguardanti questi esercizi saranno quindi registrate e inviate ai centri di cura e al proprio neurologo.

“Il principio è quello di fornire al paziente stimoli video, acustici o tattili poco prima dell’insorgenza di disturbi come il congelamento, cioè quella brusca incapacità di iniziare movimenti volontari che, appunto, ‘congela’ il paziente”, spiega Lorenzo Chiari ricercatore in elettronica, informatica e sistemistica all’Università di Bologna. “Lo scopo – prosegue Chiari – è far ripercorrere le tappe dell’apprendimento di alcuni movimenti a questi pazienti, sfruttando canali alternativi che la malattia non intacca”. Il tutto avverrà, e questo è l’innovazione, senza avere un fisioterapista al fianco tutti i giorni per tutto il giorno. Ci sarà una supervisione clinica, è vero, ma a distanza.

L’Alma Mater guiderà l’intero progetto, che costerà in 3 milioni e mezzo di euro (l’Europa finanzierà per 2,7 milioni) e vedrà la partecipazioni del Politecnico di Zurigo ETH, dell’Università cattolica di Lueven in Belgio, di un importante centro clinico israeliano e di tre imprese, due italiane e una spagnola.

La ricerca bolognese potrebbe comportare sviluppi importanti nei confronti di una malattia degenerativa e inguaribile che da un po’ di tempo a questa parte si combatte soprattutto con la riabilitazione, più che con i farmaci. Secondo gli esperti infatti la plasticità delle cellule nervose dei malati è ancora attiva e quindi un percorso riabilitativo può essere molto utile.

La malattia di Parkinson è un disturbo del sistema nervoso centrale dovuto alla degenerazione di alcune cellule nervose e caratterizzato da tre sintomi classici: tremore, rigidità, lentezza dei movimenti e altre grosse difficoltà motorie. La qualità della vita naturalmente peggiora con il progredire della malattia. Solo in Italia il male colpisce 200 mila persone.

d.m.