Cronaca

Maria Grazia che voleva andare a vedere

Non posso farci nulla, è un riflesso obbligato. Quando ripenso al tempo della mia precarietà, mi vengono in mente un corridoio, una fotocopiatrice e il volto di una persona a cui ho voluto molto bene. Il corridoio è quello della redazione del Corriere della Sera, in via Solferino, a Milano. Il volto, invece, è quello di Maria Grazia Cutuli. Il motivo per cui scatta questo strano cortocircuito, quando ripenso ai giorni in cui ero appeso al filo del dubbio, è che davanti a quella fotocopiatrice Maria Grazia fumava come una turca, mentre aspettava di sapere che cosa sarebbe stato del suo contratto. Scadevamo lo stesso giorno, io e lei. Maria Grazia è una vittima della guerra, non c’è dubbio. Ma è stata anche – per me – una vittima della precarietà.

Nel 1999, a ventinove anni, in un giorno di settembre ero volato a Milano per un colloquio di lavoro. Ero pieno di speranze di essere assunto, ovviamente, ma non mi ero portato nemmeno un paio di mutande, pensando che qualunque ipotesi si sarebbe concretizzata in tempi burocratici giurassici. Sarei tornato a casa solo sette mesi dopo. Per giorni, quindi, avevo mangiato esclusivamente alla mensa del Corriere. Una sera Maria Grazia aveva esclamato: “O hai problemi di equilibrio o hai problemi di soldi!” Lei era la più giovane della redazione Esteri: già affermata, ma pur sempre la più giovane. Poi, nel marzo del 1999, era scoppiata la guerra del Kosovo. Maria Grazia era cugina di un grande corrispondente del Corriere, Paolo Valentino, che durante il golpe in Russia si era ritrovato sopra il carro armato, al fianco di Eltsin. Catanese lui, catanese lei. Ho in mente Maria Grazia la sera dell’ottobre 2000 in cui un giornalista radicale, Antonio Russo, era stato dato per morto per la seconda volta. Russo, il giornalista fai-da-te che dai luoghi più pericolosi trasmetteva le sue corrispondenze a Radio Radicale. Questa volta, però, non c’era possibilità di errore: era stato ritrovato morto a Tbilisi, in Georgia, da dove raccontava la guerra cecena. Ancora una volta c’era Maria Grazia a chiudere le pagine. C’era una grande foto di Antonio. E Maria Grazia mi diceva: “Vedi, questa sera io darei qualsiasi cosa per andare lì, poter scrivere il pezzo sul campo e tornare indietro volando a chiudere queste maledette pagine senza che nessuno se ne accorga”.

Un anno dopo ero andato a lavorare a il Giornale, e l’unica che mi aveva chiamato, dei miei ex colleghi, era stata lei. Lo aveva fatto per dirmi: “Hai fatto bene”. Quando Maria Grazia è morta, in Afghanistan, tutti avevamo pensato alla scena rituale in cui ogni tanto chiedeva al suo caporedattore, Guido Santevecchi: “Quante righe devo scrivere?” Erano i pezzi per cui spendeva le sue ferie, e le sue vacanze. Santevecchi le rispondeva: “Sono trenta righe”. E lei, stupita: “Solo trenta?” E lui: “Trenta righe è sempre meglio di zero”. Già, ma perché, chi lo aveva detto? Perché la scelta spesso era quella, fra trenta e zero? Non si può non ricordare il suo racconto, ripetuto cento volte con il sorriso sulle labbra, della prima assunzione a Milano. Maria Grazia aveva lavorato alla Cgil, a Catania. E poi nella tv più importante della città, Telecolor.

Ma a Milano era stato diverso, a Milano si era sentita gli sguardi ustori sulla pelle: “Al colloquio in Mondadori avevo il giubbotto borchiato da ragazza catanese di fine anni Ottanta, gli stivaletti con la punta di metallo, vedevo tutte le altre, settentrionali e minimaliste, che mi guardavano sospettose pensando: ma questa chi è?”. Eppure, grazie a una grinta pazzesca, ce l’aveva fatta. Quanto le ho voluto bene! Ho in mente una sera un po’ fessa: siamo tutti in uno schifoso ristorante cinese di Milano, i trentenni del Corriere e quelli che avevo impropriamente soprannominato gli “Ermini Boys” per la loro vicinanza al più umano degli alti ufficiali, Paolo Ermini. Quella sera c’era Carlo Bonini, Barbara Stefanelli, che era stata ribattezzata “la zarina” perché era (all’epoca) l’unica donna graduata del Corriere, Marco Imarisio, Davide Frattini, Maria Volpe e Gianluca Di Feo. Una volta che mi aveva riaccompagnato a casa in macchina, sotto la pioggia, a parlare di ragazzi e di ragazze, di pezzi e di amici, Maria Grazia mi aveva accennato per la prima volta alla sua storia che non finiva, quella con un giornalista spagnolo, Julio Fuentes. Non le avevo chiesto di più, allora, e ho avuto tutto chiaro solo leggendo i suoi necrologi, quando si era saputo che Julio era stato con lei fino all’ultimo. Pensa: tre anni per capire un sorriso. Maria Grazia sarebbe stata assunta a tempo indeterminato al Corriere, dopo quattro contratti a termine, nel luglio del 1999, proprio mentre io me ne andavo da quel giornale. Parlava già francese, inglese e spagnolo. Ma non le bastava: si era messa a studiare anche il tedesco e l’arabo. Eppure tutta questa lunga preparazione, tutta questa gavetta le avrebbero consentito di brillare per soli due mesi di articoli sul campo. La sua grande occasione se la conquistò dopo l’11 settembre. Tutti i grandi inviati del Corriere corsero in America, e lei capì che si poteva aprire uno spazio. Ebbe l’intuizione di andare in Afghanistan. C’era già stata nei primi mesi del 2001. Sapeva scrivere. Come quando nella sua cronaca cambia prospettiva, sorvolando il Paese a bordo di un vecchio Antonov e descrivendo le montagne dell’Afghanistan con la tavolozza di un pittore che sta dipingendo un quadro: “Una geologia primordiale fatta di rocce rosa, di crepacci ocra, di costruzioni di fango perduti nei fondovalle aridi dell’Hazarajat. Bamiyan appare dall’alto, una distesa gialla delineata da un costone traforato e, a poca distanza l’una dall’altra, due orbite vuote, le due nicchie che hanno ospitato per secoli i Buddha di pietra”. Forse una delle cose più belle e vere, su di lei, l’ha detta Carlo Bonini a Federica Fan-tozzi: “Lei diventava quello che vedeva”.

Macina pezzi bellissimi, fino all’ultimo scoop, quello che appare sul giornale il giorno prima della sua morte. Un servizio sul ritrovamento di gas nervino in una base abbandonata dagli uomini di Bin Laden. Un pezzo da prima pagina. Gabriella Saba, l’avrebbe ricordata così, su Vanity Fair: “La ragazza che voleva andare a vedere”. Molti articoli li potete trovare sul sito di un suo amico fotografo, Raffaele Ciriello, con cui aveva lavorato. Anche Raffaele non c’è più. Morto a Ramallah, in Cisgiordania, il 13 marzo 2002, mentre stava documentando un rastrellamento dell’esercito israeliano. Il sito ha un titolo che mette i brividi: “Postcards from hell”, cartoline dall’inferno. Ma a me sembra un mausoleo di pace. Un giornalista è conosciuto da tante persone, molte più di quelle che immagina. A tutti dà un pezzo di anima, ed è per questo che a me non piacciono quelli che sono lì a dire: sono l’ultimo che le ha parlato, ero il più vicino a lei. Sicuramente non ero fra quelli che nel giornale erano più vicini a Maria Grazia, ma non potrò mai scordare quanto valeva l’amicizia che mi ha regalato in quei giorni. Ci sono delle tessere fuori posto che sono affiorate qua e là nel diluvio di scritture sulla sua morte: il giornale che le chiede di tornare il giorno del suo compleanno, lei che vuole restare, lo scoop che forse ha causato il suo assassinio. Conta quello che ha fatto, conta la straordinaria asciuttezza di quell’ultimo articolo che avevo salutato come avrei fatto per un mio trionfo, quando avevo aperto la prima pagina del Corriere. Mi resteranno per sempre in mente le fialette di gas nervino descritte come in un piano sequenza, e la faccia di Fuentes nella fototessera che è diventata l’icona della sua morte. Così, vedendo che Ferruccio de Bortoli l’aveva promossa “inviata speciale” il giorno in cui era morta, e che un presidente della Repubblica la ricordava come una sbarbatella presa in una storia più grande di lei, avevo pensato: è folle. Non necessariamente De Bortoli, o Ciampi. Ma il paradosso di un mondo, un certo modo di vivere e di usare le vite, le storie, le carriere. Folle è che in questo Paese il talento e il coraggio a volte debbano morire, per trovare il riconoscimento che meritano e affrancarsi dalle zavorre del nonnismo italiano.

* Tratto dal mio libro, “Gioventù amore e rabbia”

Il Fatto Quotidiano, 23 novembre 2011