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Presidenziali Usa, resa dei conti tra i Repubblicani: duello tv Romney-Perry

Sette degli otto sfidanti alle primarie partecipano a un dibattito a Las Vegas. Romney è stato accusato dall’ex governatore del Texas per aver assunto immigrati illegali per tagliare l’erba del prato della sua residenza in Massachussetts: "Hai perso la tua credibilità"

E’ stato il dibattito più acceso tra quelli tenuti sino ad ora. E’ stato il dibattito in cui i candidati si sono scambiati colpi bassi su tutto – immigrazione, sanità, religione -. E’ stato il dibattito che ha mostrato che Mitt Romney è ancora il candidato da battere, tra i repubblicani, ma che la strada per ottenere la candidatura è lunga e irta di difficoltà.

Al dibattito di Las Vegas, organizzato da CNN e moderato da uno dei beniamini del giornalismo politico americano, Anderson Cooper, hanno partecipato sette degli otto sfidanti repubblicani alla Casa Bianca. Ci si attendeva un fiume di critiche nei confronti di Obama, o al massimo la messa in discussione del cosiddetto 9-9-9 tax plan, il sistema di tassazione proposto da Herman Cain, il candidato che nelle ultime settimane è balzato in cima alle simpatie e alle preferenze degli elettori repubblicani.

E invece non è andata così. E’ stato Mitt Romney, l’ex-governatore del Massachussetts, a catalizzare gli attacchi. A un certo punto la foga accusatoria è stata tale che Romney si è dovuto rivolgere al moderatore (“Anderson?”, ha detto scocciato) per chiedere di interrompere i rivali e poter rispondere. In un’altra occasione, Romney ha messo una mano sulla spalla di Rick Perry, il suo più acceso critico, ricordandogli che i trenta secondi a sua disposizione erano scaduti.

Era dai tempi degli epici scontri tra Hillary Clinton e Barack Obama, quattro anni fa, che non si assisteva a un dibattito così acceso. Le primarie repubblicane sono del resto ormai entrate nel vivo e gli sfidanti hanno dismesso il fair-play del passato per minare il più possibile credibilità e statura politica degli avvesari. Romney continua a essere il nome più probabile e presentabile, tra gli otto sfidanti (ha assunto posizioni conservatrici, senza diventare un estremista conservatore; gode dell’appoggio convinto della comunità finanziaria; è il candidato che riesce a bilanciare meglio competenze in politica interna e conoscenza delle questioni internazionali). Ma la sua candidatura non convince, non suscita gli entusiasmi della base, non riesce a imporsi all’attenzione dei media, e su questi dubbi i suoi avversari intervengono senza pietà, moltiplicando gli attacchi politici e personali.

Durante il dibattito di Las Vegas, Romney è stato accusato da Rick Perry, l’ex-governatore del Texas che ha sinora catalizzato le simpatie dei conservatori, per aver assunto immigrati illegali per tagliare l’erba del prato della sua residenza in Massachussetts. “Mitt – ha spiegato Perry – tu hai perso tutta la tua statura politica assumendo degli illegali”. L’accusa emerse durante un’inchiesta del “Boston Globe” nel 2006. Romney ha sempre affermato di non essere stato a conoscenza dello status di illegali di alcuni dei lavoratori, e di aver quindi immediatamente allontanato l’impresa di giardinaggio di cui si serviva. Perry, ieri, ha fatto però notare che ci volle “più di un anno”, prima che Romney decidesse di rinunciare ai servizi della società che assumeva gli illegali.

Un’altra botta alla credibilità di Romney è venuta da Rick Santorum, ex-senatore repubblicano della Pennsylvania, anche lui tra i candidati che più cercano il voto dei conservatori. Santorum ha accusato Romney di aver fatto votare, quando era governatore del Massachussetts, una riforma sanitaria molto simile a quella imposta da Obama. “Non sei credibile, quando dici di voler cancellare la sanità di Obama”, ha detto Santorum, alludendo esplicitamente a una delle accuse che più spesso vengono mosse a Romney, e cioè quella di essere un “voltagabbana”, un moderato liberal che oggi si nasconde dietro opinioni conservatrici (ai tempi del Massachussetts, Romney era anche a favore dell’aborto, posizione che oggi rigetta).

E sotto la lente d’ingrandimento dei candidati è finita anche la fede di Romney. La settimana scorsa un pastore texano, Robert Jeffres, ha definito il mormonismo “un culto, non una religione”, alimentando quindi i dubbi sul fatto che Romney, che appartiene a una delle famiglie mormoni più importanti d’America, possa fare il presidente. Tutti i candidati, in Nevada, hanno detto che la fede religiosa di Romney “non è un problema”, ma intanto le diffidenze e i pregiudizi dell’elettorato cristiano nei confronti di “Romney il mormone” sono stati riaccesi.

Difficile prevedere quanto questi attacchi serviranno davvero a far naufragare la sua candidatura. Il pericolo per i repubblicani – nel caso in cui Romney diventi lo sfidante di Obama – è offrire argomenti a futuri attacchi dei democratici. Se ne è accorto una vecchia volpe della politica come Newt Gingrich, anche lui tra i partecipanti al dibattito in Nevada, che ha un certo punto è sbottato: “Moltiplicare i battibecchi tra noi – ha detto Gingrich – non è il miglior modo per vincere la Casa Bianca”.