Diritti

Niente fecondazione per chi ha malattie genetiche, ma le sentenze dicono il contrario

La pratica era stata ritenuta lecita da 16 sentenze di tribunali e 4 della Consulta, ma il provvedimento non ne fa cenno. Roccella: "Ogni cambiamento alla legge deve avvenire con un'altra legge. Sono giudizi amministrativi che riguardano singole coppie". Livia Turco: "Grave arretramento culturale"

Eugenia Roccella, ex sottosegretario al ministero della Salute

“Non è stato un golpe. Si è agito nel pieno delle funzioni dell’attuale governo, al contrario di quanto avvenne per il decreto con cui il ministro Livia Turco licenziò le linee guida nel 2008, firmato addirittura a Camere sciolte (anche se il Governo era ancora in carica in attesa delle elezioni, ndr)”. Così l’ormai dimissionario sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella risponde alle numerose critiche che le sono arrivate per le nuove linee guida sulla legge 40 sulla procreazione assistita.

Le accuse sono di aver tentato “un colpo di mano” negli ultimi giorni del governo, di aver “dato uno schiaffo alle coppie e ai giudici” non tenendo conto delle modifiche alla legge sancite dalle 16 sentenze di tribunali e 4 della Consulta emesse in questi anni, come l’eliminazione del divieto di diagnosi preimpianto per le coppie fertili portatrici di malattie genetiche. Ma su questa ‘omissione’ il sottosegretario dichiara che “il provvedimento non contiene quelle modifiche perché ogni cambiamento alla legge deve avvenire con un’altra legge. Sono sentenze amministrative che riguardano singole coppie”, ha detto riferendosi alle coppie portatrici di malattie genetiche. “Dopo l’approvazione della L.40, l’unico intervento della Consulta che ha modificato il testo riguardava l’abolizione del limite massimo di tre embrioni per un unico e contemporaneo impianto – aggiunge Roccella – e una notazione sulla tutela della salute delle donne, entrambe recepite dal testo delle nuove linee guida”.

Ma medici, avvocati e politici non sono d’accordo. Per Livia Turco (Pd) questo nuovo testo segna “un grave arretramento culturale”, mentre per Severino Antinori, presidente della World Association of Reproductive Medicine, impedire la diagnosi preimpianto a pazienti portatori di patologie genetiche “rappresenta una violazione dei diritti umani e un atto fortemente discriminatorio e razzista”. Filomena Gallo, segretario dell’associazione Luca Coscioni, rileva come “le nuove linee guida ledono gravemente e palesemente i diritti delle coppie, causando altresì un grosso spreco di denaro pubblico”.

Il riferimento è ai 700 mila euro spesi in questi anni per tenere aperta la biobanca di Milano, dove si sarebbero dovuti inviare gli embrioni sovrannumerari, ma mai entrata in funzione. Creata nel 2004 dall’ex ministro della Salute Girolamo Sirchia, la struttura costa 80 mila euro l’anno e doveva servire ad accogliere i circa 10 mila embrioni abbandonati, sul cui destino varie erano le ipotesi, dalla donazione alla ricerca, fino all’adozione. Alla fine “abbiamo verificato troppi problemi legali e tecnici – spiega Roccella – Il trasferimento al centro di Milano, che comunque potrà essere utilizzato per altri fini, non può avvenire per la responsabilità giuridica sugli embrioni che resta in capo ai centri dove sono stati lasciati”. Il risultato quindi è che questi embrioni dovranno essere conservati a spese delle Regioni, che di questi tempi non se la passano proprio bene a livello finanziario.

Quella del sottosegretario Roccella è però una lotta contro il tempo, non solo perché gli esperti del Consiglio superiore di sanità dovrebbero lavorare in tempi strettissimi, ma anche perché mancherebbe il parere dell’Istituto superiore di Sanità, che tramite alcune fonti ha già fatto sapere di essere contrario. Le linee guida svuotano poi di contenuto e competenza il ruolo dell’Istituto superiore di Sanità, dove è tenuto il registro nazionale sulla procreazione assistita, e applicano un sistema di identificazione e “schedatura dei pazienti che accedono alla fecondazione assistita”. Provvedimenti che avrebbero l’effetto di allungare i tempi delle liste d’attesa nei centri pubblici e aumentare i costi in quelli privati, secondo Gianni Baldini, uno degli avvocati che in questi anni ha seguito varie coppie nei ricorsi contro la legge 40. “Queste linee guida – rileva – spostano le competenze dall’Istituto superiore di sanità al Centro nazionale trapianti, rendendo più difficile la vita dei centri di procreazione assistita. Dovendo adeguarsi ai parametri imposti per i centri trapianti infatti, i centri privati dovranno fare corposi investimenti, che scaricheranno sulle coppie aumentando i costi. Nelle strutture pubbliche si allungheranno invece le liste d’attesa”.