Politica

L’uomo di legno sta bruciando

È uno strano evento, quasi un culto, che si compie ogni anno in America, nel deserto del Nevada. Migliaia di persone, famiglie, bambini, anziani, come in un esodo, si raccolgono in un punto convenuto, costruiscono una città, dai negozi alle scuole, dai pub all’ ospedale, dalla stazione dei bus al museo. E quando hanno finito e ogni cosa funziona, smontano e fanno scomparire tutto.

L’impegno collettivo, che prima era di fare bene e insieme, è di non lasciare traccia. Come se la città, che si chiama Black Rock City, non fosse mai esistita. L’ultimo atto creativo degli abitanti della città, un momento prima della scomparsa, è di bruciare il manichino di legno di una figura umana (Burning Man) come simbolo della sparizione completa che deve seguire la costruzione accurata. Credo che il senso di questo grandioso happening (nell’agosto del 2011 Black Rock City ha raggiunto 50 mila abitanti) sia di rovesciare il principio scientifico “nulla si crea e nulla si distrugge”. Qui si tratta di educare i cittadini di un nuovo mondo all’idea che “tutto si crea e tutto si distrugge”.

Ne ho parlato per cercare di spiegare certe vicende della nostra vita italiana che stiamo attraversando, indignati o conformisti, senza capire. È vero che il problema che ci tormenta in questo Paese è l’insopportabile dilatarsi nel tempo di vicende che sono finite, e dopo che l’uomo di legno in questione è già stato bruciato. Pensate a Berlusconi. L’ometto in questione continua ad aggirarsi impettito in spazi e tempi che non gli competono più, e mentre il suo pubblico più affezionato se ne sta andando.

A Cannes, l’altro giorno, sembrava un fantasma, i presenti guardavano attraverso di lui, senza vederlo. Alcune inquadrature, come quella di Obama e Merkel che discutono e gesticolano senza notare neppure per un istante la presenza di Berlusconi che ride lì accanto, sono esemplari.

L’uomo bruciato è una grande e drammatica intuizione americana: di lui e della sua città non resta niente. Quella intuizione ci dice che ci sono scadenze collettive che non sono la vita e la morte, non mimano il destino degli individui. Mimano, o meglio: rappresentano la vita pubblica, le successive vicende e stagioni di una comunità.

Non provate il senso angoscioso che la Carta Costituzionale e i suoi valori, quelli per cui i prigionieri politici si facevano fucilare narrando nell’ultima lettera la necessità del loro sacrificio, si siano scontrati con una data di scadenza in cui al riconoscimento grato si sostituisce un acido e sarcastico rifiuto, con il linguaggio di Borghezio, la risata di La Russa, il dito di Bossi, il sarcasmo di Berlusconi, il fatto che uno come Maroni sia Ministro dell’Interno, libero di imprigionare immigrati per il reato di “clandestinita” che non esiste?

Intanto, come sapete, se Berlusconi non fosse scomparso (è scomparso, anche se ve lo fanno vedere ancora nei Tg, parola di tutti i partecipanti al G20) si sarebbe alacremente lavorato in Parlamento a vandalizzare anche la forma della Costituzione già offesa e abbandonata come ridicola carta straccia.

Proprio mentre Berlusconi è diventato l’uomo bruciato, la Camera dei Deputati, con la sua ancora obbediente maggioranza, stava lavorando a frantumare l’art. 41 della Costituzione. Però attenti a non pensare che la “data di scadenza” ci sia imposta da uno straniero occupante. Altrimenti come spiegare il selvaggio fenomeno detto “sgombero dei campi nomadi” evento sempre eseguito di notte terrorizzando i bambini, organizzato non solo da sindaci della destra ma anche, e non raramente, da sindaci eletti a sinistra o vicini al Pd? E i “respingimenti in mare”, eseguiti al tempo del Trattato con la complicità della Libia di Gheddafi, vere e proprie condanne a morte (affondamento o prigione nel deserto o restituzione al Paese da cui era cominciata la fuga disperata dei profughi)?

Come spiegare la detenzione senza reato, senza sentenza, senza condanna, nei famigerati “Centri di Identificazione”, veri e propri lager che tutte le organizzazioni umanitarie ci rimproverano? Non dimentichiamoci che, in Europa, ci sono cacce aperte agli zingari, cacce sponsorizzate dai governi e sostenute dai cittadini, in Ungheria, Bulgaria, nella Repubblica Ceca. Non dimentichiamoci che i giornali del mondo (New York Times, 28 settembre 2011) danno notizie di “obbligo di lavori forzati per gli zingari”, organizzati in Paesi dell’Ue, nel silenzio quieto di tutti, cominciando dai parlamenti e dalle Chiese.

La “data di scadenza” (lontano, finito il 1945) sta riportando, più o meno notato, un nuovo fascismo e un nuovo razzismo in Europa, sta già provocando i suoi danni di distacco dai sentimenti umani e civili della democrazia. Quando l ‘uomo di legno avrà finito di bruciare, non sarà come nel deserto del Nevada. Resteranno carichi di scorie inquinanti. Chiunque si senta legato al giorno, al momento, allo spirito della Liberazione avrà un immenso lavoro da fare per restituire diritti umani a una Europa egoista e cieca. Subito. Prima che la scadenza deteriori i più giovani e li separi dalla memoria.

Il Fatto Quotidiano, 6 novembre 2011