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Gli attivisti ci riprovano, due navi partono dalla Turchia per portare aiuti a Gaza

A un anno e mezzo dal tragico respingimento della Freedom Flottilla, due imbarcazioni sono partite verso la Palestina. Una trentina di attivisti che porta un carico di medicinali. L'iniziativa cade in un momento molto delicato nei rapporti tra Netanyahu e il governo di Ankara, dopo che quest'ultimo ha accettato gli aiuti per il terremoto

A un anno e mezzo dal sanguinoso arrembaggio israeliano contro la Freedom Flottilla costato la vita a 9 attivisti turchi, due navi salpate dai porti della Turchia ci riprovano. Obiettivo: raggiungere domani o sabato le coste di Gaza forzando l’embargo imposto da Tel Aviv e distribuire alla popolazione aiuti umanitari.

Tutto questo proprio mentre sulla stampa israeliana si fa cenno a un possibile riavvicinamento tra Ankara e Tel Aviv e il governo israeliano si trova impegnato in almeno altri tre delicatissimi fronti: gli scontri al confine con Gaza che hanno causato già due vittime fra i civili palestinesi, l’ipotetico piano di attacco militare contro le installazioni nucleari iraniane e le misure contro l’Unesco dopo il sì all’ingresso ufficiale dell’Autorità nazionale palestinese nell’organizzazione nelle Nazioni unite.

Le due piccole flottiglie “Ondate di libertà verso Gaza”, battenti bandiera irlandese e canadese e salpate dalla Turchia si trovano ancora in acque internazionali e il loro equipaggio ha ribadito via Twitter di non voler entrare in acque israeliane. A bordo della “Tahrir” e della “Saoirse”, 27 persone provenienti da 9 Paesi fra cui diversi giornalisti e un carico di farmaci per 30mila dollari.

“Chiediamo pubblicamente – ha fatto sapere l’attivista irlandese John Mallon – che Israele ci lasci soli, la nostra rotta è diretta, attraverso le acque internazionali fino alle acque di Gaza. Non abbiamo intenzione di entrare nelle acque israeliane. Siamo una pacifica missione umanitaria”.

Ma Israele non cede di un centimetro e la Marina militare ha già annunciato di essere pronta ad attaccare il convoglio umanitario prima che arrivi a destinazione. Un annuncio che sembra polverizzare le indiscrezioni riportate dal quotidiano israeliano Maariv, smentite anche dal gabinetto israeliano, secondo le quali sarebbero in corso contatti diretti tra Ankara e Israele per ricucire i rapporti ormai logori tra i due Paesi.

Il via al lavoro diplomatico, sempre secondo Maariv, sarebbe stato avviato proprio all’indomani del terribile terremoto che ha messo in ginocchio la provincia turca di Van quando Ankara aveva accettato l’invio da parte di Israele di diversi prefabbricati per aiutare le famiglie di sfollati costretti all’addiaccio.

Se i rapporti con la Turchia possono anche essere rivisti, quelli con la Striscia di Gaza sono sempre più tesi. Dopo un paio di giorni di relativa calma, infatti, alcuni miliziani palestinesi avrebbero aperto oggi il fuoco contro un’unità dell’esercito israeliano impegnata in lavori di manutenzione lungo il confine con la Striscia. I militari di Tel Aviv hanno risposto ai colpi di mortaio con l’intervento di un elicottero uccidendo due civili palestinesi che erano nella zona.

E la linea dura di Israele contro l’Anp passa anche per le misure annunciate contro l’Unesco dopo il voto di Parigi. Il premier israeliano, Benyamin Netanyahu, infatti, ha dato il via al congelamento del contributo israeliano all’organizzazione internazionale con la quale Tel Aviv, fra l’altro, era già arrivata ai ferri corti nel 2010 a causa dell’annuncio israeliano di interventi di restauro su alcuni monumenti, come la Tomba dei patriarchi, ritenuti dall’Unesco una sorta di provocazione nei confronti del palestinesi. In ogni caso, ora l’organizzazione perderà i due milioni di fondi israeliani che vanno ad aggiungersi a quelli già bloccati dagli Stati Uniti all’indomani della decisione dell’Unesco.

Ma c’è un altro tema sul quale si discute sempre più in Israele nelle ultime ore. L’ipotesi di un attacco contro le installazioni nucleari iraniane, che pare dividere l’opinione pubblica israeliana. Secondo un sondaggio commissionato dal quotidiano israeliano Haaretz, infatti, il 41% sosterrebbe l’intervento a fronte di un 39% contrario. Fatto sta che sull’ipotesi militare pare piuttosto diviso anche il governo: alla linea dura di Netanyahu e del ministro della Difesa Ehud Barak farebbe da contraltare la perplessità di una serie di ministri, sostenuti anche dai vertici militari, che vorrebbero seguire la via delle sanzioni internazionali. Fatto sta che mentre nelle scorse ore il quotidiano britannico Guardian faceva riferimento a un piano militare allo studio di Londra e Washington, al G20 di oggi il presidente Usa Barack Obama, sostenuto da quello francese Nicolas Sarkozy, ha rimarcato “la necessità di mantenere sull’Iran una pressione senza precedenti perché rispetti i suoi impegni internazionali”, ricordando che “il programma nucleare dell’Iran continua a rappresentare una minaccia”.

di Tiziana Guerrisi