Mafie

La giusta parte, storie dell’antimafia

Il primo novembre esce un libro importante. Si intitola La giusta parte – Testimoni e storie dell’antimafia. Viene pubblicato da un nuovo marchio, affiorato da poco nel panorama editoriale italiano, la napoletana Caracò, che ha l’ambizione di essere non solo una semplice casa editrice, ma un vero e proprio osservatorio civile sul presente.

La giusta parte è un antologia curata da Mario Gelardi, drammaturgo e regista, autore, tra le altre cose, della trasposizione teatrale di Gomorra di Roberto Saviano, e tra i fondatori di Caracò. Contiene le storie di chi lotta ogni giorno contro la criminalità organizzata – commercianti, testimoni di giustizia, insegnanti, sacerdoti, magistrati, giornalisti – con una dedica particolare “a tutti quelli che credono che combattere le mafie sia sempre compito di qualcun altro”.

Gli autori di questi racconti sono giornalisti, scrittori, registi, profondi conoscitori di quelle realtà territoriali infestate dai fenomeni mafiosi che fanno del meridione d’Italia un paese segregato. Fra i protagonisti ci sono nomi – come quelli di Rosario Livatino, Peppino Impastato, Mauro Rostagno – che sono iscritti nella memoria collettiva di una nazione.

Sono racconti che da un punto di vista letterario si pongono nel solco tracciato da Roberto Saviano; non-fiction (o “faction”, come la definiva lo scrittore inglese Raymond Williams, fusione tra “fact” e “fiction”), scritture della realtà che non esitano tuttavia a sconfinare nella finzione. Come nel racconto La linea, di Cristina Zagaria, dove la storia del pm Raffaele Cantone si intreccia all’immaginazione di un sogno, o un incubo, che lascia il magistrato “come se avesse masticato sangue”.

Leggendo questo libro si sente, prima di tutto, che le storie sono raccontate come un dovere. Ed è per questo che è importante che si pubblichino libri così. Perché si ha quasi l’impressione di sentire a ogni pagina il ripetersi di una frase di Paolo Borsellino: “Non ho mai chiesto di occuparmi di mafia. Ci sono entrato per caso. E poi ci sono rimasto per un problema morale. La gente mi moriva attorno”.