Politica

Perché Berlusconi non può andarsene

Il Rendiconto dello Stato è un bilancio: abbiamo speso tanto e abbiamo incassato tanto; lo mostriamo ai concittadini, i soci della Repubblica italiana. Come tutti i bilanci, può essere veritiero o falsificato. E, come tutti sappiamo, il presidente del Consiglio dei ministri è uno che ha commesso il reato di falso in bilancio, ma che non è finito in prigione avendo fatto emanare a un Parlamento schiavizzato una legge apposita che ha obbligato la magistratura ad assolverlo “perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato”.

Questa circostanza potrebbe indurre a pensare che la mancata approvazione del Rendiconto sia dovuta alla constatazione che era falso; ma credo che nemmeno B. oserebbe (mah?). Sicché la sfiducia non è stata votata contro il Rendiconto, ma contro il governo che lo ha redatto. E comunque, siccome non ci sono altre possibilità, la conseguenza non può che essere: andatevene; perché avete falsificato il Rendiconto o perché non avete più la possibilità di governare il Paese.

Invece B. non se ne va e richiede una prova d’appello: votiamo di nuovo. Come i bambini che, quando perdono a rubamazzetto, strillano “non vale” e vogliono ricominciare. Che non se ne vada è abbastanza normale, dal suo punto di vista. Se se ne va perde il controllo del Parlamento. E quindi il controllo dell’agenda del Parlamento. E quindi non può far approvare le “sue” leggi, la bavaglio, il processo breve, il processo lungo, la prescrizione breve e le altre che di volta in volta si rendessero necessarie per evitargli la prigione. Se se ne va, non solo sarà dichiarato ufficialmente ancora una volta delinquente; ma correrebbe il rischio serio di finire in prigione. Confesso che attendo con curiosità cosa si inventerà se e quando il Parlamento voterà (per la seconda volta) la sfiducia.

La hybris (che significa tracotanza cui consegue senza fallo la nemesis, la vendetta degli dei) ha toccato il vertice nel discorso di giovedì. Luoghi comuni inutilmente indirizzati a un pubblico di schiavi e di comprati; con qualche storico curioso deciso a vivere di persona il crepuscolo di B. Discorso inutile: gli schiavi si sono resi tali volontariamente; sanno che, se B. cade, finiranno in prigione o a lavorare perché nessun altro partito li vorrà (mah?). E i comprati al massimo chiederanno di essere comprati un’altra volta. A che pro sprecare fiato? Bastavano ordini e promesse; come sempre, del resto. Un cerimoniale inutile e dannoso: per l’immagine di B. e, naturalmente, del Paese.

Sui contenuti non è possibile dire nulla. B. ha parlato solo degli affari suoi: l’infortunio, il complotto, la magistratura politicizzata, il repertorio recitato ormai a memoria e archiviato dagli sfortunati precettati con il consueto “ah, già”. Della crisi economica, della imminente bancarotta del Paese, dei problemi della sanità, della giustizia, dell’istruzione, della ricerca, dei rifiuti, dell’energia, della criminalità, manco una parola. Anzi tre: “Supereremo la paralisi e la sfiducia”.

Che, per puro caso, potrebbe succedere veramente: se finalmente se ne andasse e il Paese fosse guidato da gente che non passa le sue giornate a cercare di non finire in prigione per i molti reati commessi. Se poi B. in prigione finalmente ci finisse, ancora di più potremmo essere ottimisti: pensate al rating dell’Italia con la certezza di non vedere più B. a Palazzo Chigi.

Il Fatto Quotidiano, 14 ottobre 2011