Diritti

Metti un orto nel carcere

Pochi giorni fa sono entrato nel carcere di Pontedecimo, a Genova, perché la direttrice si è messa in testa di voler fare un orto che possa essere curato dagli stessi detenuti. Vuole fare un orto, ma, ce l’ha chiarito subito, non ci sono i soldi per finanziarlo. E allora, insieme alle persone che con Terra! si occupano di agricoltura sinergica, siamo andati a sentire di cosa si trattava. Insieme a noi c’era Alessandra Ballerini, avvocato di Genova,  una di quelle persone che hanno deciso di dedicare la loro vita agli “ultimi”, e lo fa per davvero; è stata lei a creare il contatto tra Terra! e il carcere.

E così ci siamo incontrati. Lei, la direttrice, ci ha raccontato tutte le difficoltà, i soldi che non ci sono, il personale ridotto al minimo; e ci ha parlato dei “suoi” detenuti e dell’orto perché, se è vero che “le pene devono tendere alla rieducazione del condannato” (articolo 27 della Costituzione italiana), allora un orto sinergico può essere una delle risposte. A noi l’idea è piaciuta e così, anche se i soldi mancano, Terra! si è impegnata a farlo ugualmente e, grazie ad Alessandra, abbiamo già raccolto quanto basta per pagare le spese vive per realizzare il primo orto in agricoltura sinergica nel carcere di Pontedecimo.

Certo, l’orto non cambierà la vita delle detenute e dei detenuti, che continueranno a contare i giorni che li separano dalla libertà, ma nel frattempo si saranno presi cura di qualcosa di vivo, imparando il mestiere della terra, mangiando del cibo sano e, chissà, magari fuori da lì, per alcuni quello diventerà il mestiere futuro.

Ho un solo rammarico: pensare che questo progetto sia realizzabile solo grazie all’intraprendenza di una singola persona, in questo caso due, la direttrice del carcere e la Ballerini, e non grazie alla lungimiranza delle istituzioni. Sarebbe bello se un giorno queste cose nascessero direttamente su impulso delle istituzioni, perché vorrebbe dire che la politica avrebbe capito il senso di quell’articolo 27.

Considerata però la situazioni delle carceri italiane, adesso sembra un pensiero un po’ troppo utopico.