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La Cina dei sinologi

Ho chiesto ad Alessandra Spalletta e Federico Masini un racconto non accademico di cosa significa questo paese per loro, in occasione dell’uscita in libreria di Modello Cina (L’Asino d’oro edizioni). Entrambi sinologi, sono rispettivamente una delle due curatrici e il prefattore del volume. Lei giovane giornalista (AgiChina24); lui docente di lingua e, fino all’anno scorso, preside della Facoltà di Studi orientali dell’Università di Roma La sapienza (che non esiste più per effetto della “riforma” Gelmini).

Entrambi ci hanno confidato quello che amano e cosa significa per loro la Cina. Di particolare valore è il loro ricordo della Cina che fu:

La prima volta in Cina?
AS: 1998, 13 anni fa. Dormitorio, Beijing Shifan Daxue (la Normale di Pechino), alba del 1 agosto. L’ayi [letteralmente zia, in questo caso la signora delle pulizie, ndr] irrompe nella stanza armata di mocho. Sbadiglio, occhi cisposi. Fuori il cielo è giallo.
FM: Settembre 1983, 28 anni fa. Volo Areoflot Mosca-Pechino, biglietto di sola andata. Shoudu jichang, l’aeroporto della capitale, ha una sola pista di atterraggio; una strada a due corsie lo collega al secondo anello della città; il terzo anello è in costruzione, tutto intorno polvere. E cielo sempre azzurro.

L’immagine che ti ha colpito di più?
AS: Solo una? La prima che mi viene in mente è il mantello di biciclette che ricopriva le arterie di Pechino all’ora di punta (cioè, sempre).
FM: Il silenzio delle strade, prive di automobili, rotto solo dal suono dei campanelli delle biciclette.

Cosa ti mancava dell’Occidente?
AS: Nel ’98 avevo 21 anni. Mi mancavano, nell’ordine: la toilette in condizioni igieniche; cappuccino, cornetto e quotidiano al mattino in piazza; il sole.
FM: Mi verrebbe da dire nulla, ma forse direi il cibo. Dopo alcuni mesi la fame si faceva sentire, mangiando solo riso e baicai, cioè verza, era veramente dura. Poi a Wudaokou [il quartiere universitario di Pechino, ndr] aprì una bottega che vendeva jiaozi [ravioli] e baozi [panini al vapore] e si andava sempre a mangiarli pagando con i mianpiao [una sorta di carta annonaria, ndr].

Cosa pensavi che l’Occidente dovesse imparare dalla Cina?
AS: La lingua cinese. Ho sempre sostenuto la superiorità del sistema di scrittura cinese con chi si diceva certo che prima o poi la Cina avrebbe abolito gli ideogrammi e introdotto l’alfabeto.
FM: Ad essere ateo e pragmatico.

Il resto dell’intervista è su China Files, dove potete anche l’eggere un estratto del saggio di Suisheng Zhao, docente del Center for China-US Cooperation dell’Università di Denver e redattore del Journal of Contemporany China, in cui analizza la forza, la sostenibilità e le criticità del modello Cina. Interrogarsi sul modello Cina è un modo per introdurre anche in Italia un importante dibattito che è trattato a livello internazionale da almeno due anni e mezzo, sottolinea Marina Miranda, professoressa di Storia della Cina contemporanea alla Sapienza. Perché come scrive Suisheng Zhao, docente all’università di Denver, “sebbene la crescita economica della Cina abbia finora sostenuto la legittimità del regime, sta a tutti indovinare quanto possa durare”.