Emilia Romagna

Terremoto nel Pd: attacco frontale a Bersani da Veltroni e dall’ala prodiana del partito

Scontro durante la Direzione sul tema del referendum sulla legge elettorale che il segretario non ha mai firmato. Parisi: "Se fosse coerente dovrebbe presentarsi dimissionario". La replica: "Al nostro interno ci sono dirigenti che vogliono azzopparci"

“In un sistema quale quello che voi proponete per il governo del Paese il segretario dovrebbe presentarsi dimissionario per difendersi dall’accusa di aver inferto un grave danno al partito proponendo una linea che si è dimostrata radicalmente sbagliata”. A tuonare contro il vertice del Pd è Arturo Parisi, membro del partito e contemporaneamente tra i promotori del referendum per l’abolizione della legge elettorale porcellum, oltre (e soprattutto) a incarnare l’ala prodiana del partito. Un attacco che non lascia spazio a interpretazioni: il segretario non ha voluto firmare per il referendum e, davanti ai numeri, deve andarsene.

Come se non bastasse, alle critiche si è unito un altro pezzo da novanta del partito, attualmente distaccato dal blocco di potere, ma pur sempre ascoltato: Walter Veltroni. Secondo lui il partito manca di chiarezza.

Che non sarebbe stata una riunione di Direzione pacifica per il segretario del Partito democratico, Pierluigi Bersani, lo si era capito già negli ultimi giorni, ma che si potesse assistere a una guerra tra alcuni dei nomi di punta era meno scontato.

Epicentro del terremoto che sta mettendo in subbuglio i democratici, proprio la rossa Bologna, città da cui era partita la riscossa dei referendari a fine agosto e da cui Romano Prodi aveva mandato un messaggio chiaro al Pd firmando per il mattarellum. Da Bologna arriva anche Parisi che oggi ha attaccato la linea del Pd nei confronti della mobilitazione referendaria. “In un partito quale quello che voi pensate di costruire o di avere costruito, noi dovremmo essere deferiti agli organi di disciplina per la grave disubbidienza ai deliberati ufficiali”, ha scritto l’ex ministro della Difesa in una parte del discorso non letta in direzione (pare perché fosse finito il tempo a sua disposizione), ma comunque depositata agli atti.

Insomma, se veramente i referendari del Pd hanno sbagliato, il partito li processi, ma se non hanno sbagliato loro allora sono i vertici del partito che devono trarre le conclusioni sulla linea seguita nell’appoggiare o meno il referendum. L’ex ministro del governo Prodi fa pesare ai vertici del partito la linea contraddittoria tenuta in questi mesi da quando è partita la raccolta delle firme per abrogare l’attuale legge elettorale e ristabilire il vecchio mattarellum: un partito diviso sul tema al suo interno, e passato dalla freddezza di inizio estate a un timido appoggio con gli spazi lasciati alle feste di partito. Pur ringraziando il partito per la disponibilità e gli spazi offerti per la raccolta firme, Parisi, parlando come membro del partito, ha rimproverato a Bersani la scarsa attenzione verso la nuova piega presa dagli eventi dopo il successo della raccolta firme. “Bersani (che ancora non ha detto se personalmente ha firmato, ndr) ha riservato un solo passaggio brevissimo al referendum, affermando che il partito è riuscito a non uscire danneggiato da questa prova. Allora ho deciso che dovevo intervenire”, ha dichiarato Parisi. Poi ha proseguito: “Un partito non può accontentarsi, come ha detto oggi Bersani, di rivendicare il merito di essere uscito dal referendum senza farsi del male. La sua ambizione deve essere quella di fare del bene all’Italia, non quella di fare male al partito”.

L’altro attacco è arrivato da Veltroni. Un’accusa di poca chiarezza che pronunciata da colui che fu il segretario di un partito liquido che imbarcava un po’ di tutto al suo interno suona ancora più beffarda: “Il Pd esca con una proposta politica chiara e inequivocabile. L’orizzonte nel quale si muove il Pd non è, come pure qualcuno ha sintetizzato, quello delle elezioni bensì quello del superamento del governo Berlusconi con un governo davvero responsabile”, ha detto l’ex segretario. Proprio Veltroni nei giorni scorsi aveva iniziato a lavorare ai fianchi Bersani proponendo le primarie interne al partito per la scelta di un candidato premier per il 2013, che invece da statuto del partito deve essere il segretario in carica. Nessun voto anticipato, ma un governo di responsabilità, il Pd dica chiaramente ciò che voglia, sembra essere la sintesi del discorso. “È questa la via maestra e le due scelte, elezioni o governo di responsabilità, non possono essere messi sullo stesso piano anche perché più si parla di elezioni più si indebolisce la prospettiva di dar vita a un governo capace di farci uscire da questa fase politica torbida e pericolosa”, ha detto l’ex sindaco di Roma.

In Direzione il partito è riuscito a dividersi anche su un altro tema, quello della lettera della Banca centrale europea, con le ricette calate dall’alto da parte dei banchieri di Francoforte: da una parte Stefano Fassina, responsabile Economia, critico nei confronti dell’Eurotower e dall’altra il vicesegretario Enrico Letta, che chiede di seguire le indicazioni europee: “Non si può essere europeisti a intermittenza”.

Bersani, naturalmente ha tentato di difendersi dalle accuse di poca chiarezza: “Stupisce che ci siano dirigenti che,invece di valorizzare il lavoro del partito, lo azzoppino”, avrebbe detto il segretario nella replica. Poi con una formula politica che potrebbe dire tutto e niente, prova a rispondere al quesito di Veltroni: “La nostra proposta è una sola: incontro tra forze progressiste e moderate”. E poi avrebbe anche aggiunto: “Certo non è facile e non ho mai nascosto che ci siano problemi. Ma teniamola aperta, poi tutti insieme decideremo”. Sempre al futuro.