Cronaca

Quelli che rimpiangono Beppe Viola

Sabato sera si gioca Inter-Napoli. E per gli amici di Beppe Viola sarà il solito tuffo al cuore. Perché quella fu la sua ultima partita. Se ne andò, a soli 43 anni, il 17 Ottobre del 1982, mentre in Rai preparava il servizio alla moviola. Brera su “Repubblica” lo ricordò così:”E’ morto Giuseppe Pepinou Viola, era nato per sentire gli angeli e invece doveva, oh porca vita, frequentare i bordelli. Aveva un humour naturale e beffardo. Una innata onestà gli vietava smancerie in qualsiasi campo si trovasse a produrre parole e pensiero. Lavorò duro, forsennatamente, per aver chiesto alla vita quello che ad altri sarebbe bastato per venirne schiantato in poco tempo. Lui le ha rubato quanti giorni ha potuto senza mai cedere al presago timore di perderla troppo presto”. E troppo presto è stato dimenticato, assieme a tutte le perle distribuite nei campi più diversi, letteratura, musica, cinema.

C’è chi ha osservato che per i tempi era avanti di dieci anni. Nel giornalismo sportivo lo sarebbe anche oggi, con quell’ironia sottile spalmata su campioni e bidoni ed ipocrisie di contorno (“Quelli che quando perde l’Inter dicono che in fondo è una partita di calcio e poi vanno a casa e picchiano i figli”), con quella schiena dritta ad autorizzargli provocazioni negate ai più (“Quelli che votano a destra perché hanno paura dei ladri, quelli che votano scheda bianca per non sporcare, qualli che sono obbligati a vergognarsi”). In Rai (“Sono entrato nel ’61, dopo aver risposto negativamente alla domanda “lei è comunista?”), ovvio, non fu mai amato. Molti finti complimenti, nessuna promozione, soldi ancora meno (“Tengo duro per battere, modestamente, il record mondiale di mancata carriera”).

La sua “Lettera al Direttore” resta capolavoro di drammatica comicità: ”Ho quarant’anni, quattro figlie e la sensazione di essere preso per il culo. Pochi giorni fa il segretario di redazione mi ha detto che non ho diritto ai giornali. Parola mia, non ho mai rubato né pianoforti, né sulle note spese. Non ho attentato alle virtù delle numerose signore e signorine che circolano sul terzo piano. Non ho mai ricevuto o preso botte nel corso di risse. Non credo di aver mai “disturbato” la carriera di colleghi culturalmente più preparati di me. Ho sempre cercato di fare, nella mia modestia, l’interesse dell’azienda che amo come una madre, una matrigna direi. A questo punto però il TG3 lo lascio fare agli altri, a quelli intellettualmente più attrezzati e più forniti di buona volontà. Vado a Londra dal 10 gennaio prossimo, l’hanno fatto Marx e Mazzini, posso permettermelo anch’io. Per imparare l’inglese a mie spese (scusate la rima)”.

Questo era il suo stile, e ci resta il rimpianto di non poter godere del suo stiletto affondato nello scempio minzoliano.