Società

In Europa c’è la crisi e i programmi <br/> sulla povertà rischiano di essere tagliati

La prospettiva è avere 130 milioni di pasti in meno da distribuire ai più bisognosi in tutta l’Unione europea. I tagli potrebbero sfiorare il 75% delle risorse disponibili

Mentre l’Europa è occupata dall’emergenza bond italiani e dagli spread in crescita, si dimentica dei poveri. Il programma comunitario, che finanzia i pasti gratuiti preparati da numerose Ong per gli indigenti, rischia di subire un drastico taglio alle risorse disponibili (-75%) a partire dall’anno prossimo. Come dire: 130 milioni di pasti in meno da distribuire ai più bisognosi in tutta l’Unione europea, per di più in una fase di deterioramento dell’economia e di impoverimento accelerato del ceto medio.

Proprio l’Italia, assieme alla Polonia e alla Francia, è uno dei maggiori beneficiari del Pead, acronimo francese che corrisponde al Programma europeo di aiuto agli indigenti. Esiste dal lontano 1987, nato dall’iniziativa di due personaggi che all’apparenza non avevano molto da spartire: Jacques Delors, allora presidente della Commissione europea, e Coluche, attore e comico francese, anticonformista, all’origine dei Restos du Coeur, che ancora oggi distribuiscono cibo, soldi e vestiti fra i poveri. L’idea? Ricorrere agli stock di materie prime agricole (dal riso al grano, passando per lo zucchero), derivati dal sistema di produzione sovvenzionato della Pac (Politica agricola comune), rimasti inutilizzati. Vengono distribuiti direttamente a Ong e banche alimentari o, più spesso, scambiati, mediante un sistema di bandi nazionali, con alimenti veri e propri.

Nel tempo le eccedenze comunitarie si sono ridotte, grazie a un funzionamento più razionale della Pac. Ma il Pead ha accresciuto il suo bilancio, perché Bruxelles ha deciso di finanziarlo direttamente, attingendo ai fondi della Pac. L’anno scorso il programma ha totalizzato 480 milioni di euro. Sono 19 gli Stati che richiedono queste sovvenzioni sui 27 che fanno parte della Ue. I beneficiari? Oltre 13 milioni di persone, che frequentano le mense di 240 Ong e banche alimentari. Una bella iniziativa, che, pero’, è sempre più traballante. Sei Paesi, tra i più ricchi dell’Unione, si oppongono al finanziamento del Pead mediante la Pac (in realtà ne assorbe solo l’1% del bilancio). E’ una storia assurda, nel pieno del magma burocratico brussellese: secondo la Germania, in testa al gruppo dei ribelli (gli altri sono Svezia, Paesi Bassi, Danimarca, Regno Unito e Repubblica ceca), questo tipo di attività non ha niente a che fare con l’agricoltura, rientra nella sfera della politica sociale. E, quindi, è di competenza dei singoli Stati.

Ieri, al consiglio dei ministri europei dell’Agricoltura, che si è tenuto a Bruxelles, non è stato trovato un compromesso in merito in quella che era definita alla vigilia la riunione dell’”ultima chance”. Esiste, in realtà, ancora una possibilità, in ottobre, un nuovo consiglio agricolo. Ma il tempo passa e diventa difficile organizzare il programma per il 2012. A impedire il via libera ai contributi per il Pead per l’anno prossimo e per il 2013 (in seguito il finanziamento dovrebbe essere trasferito al Fondo sociale europeo, è praticamente già deciso: questo rende ancora più grottesca tutta la vicenda), sono i sei Paesi, che costituiscono una “minoranza di blocco”. E cosi’, l’anno prossimo il Programma europeo di aiuto agli indigenti dovrebbe limitarsi solo alle risorse che derivano dalle eccedenze agricole, l’equivalente di appena 113 milioni.

I sei “ribelli” (che non utilizzano o poco il Pead e non vogliono pagare per gli altri) hanno dalla loro una sentenza della Corte di giustizia europea dell’aprile scorso: ha stabilito, appunto, che l’utilizzo dei fondi Pac per i pasti gratuiti ai poveri è illegale. Era stata la Germania, alla fine del 2008, a presentare in merito un ricorso. “Sarà difficile – ha commentato ieri il rumeno Dacian Ciolos, commissario all’Agricoltura – spiegare la ragione per cui un programma con 25 anni di storia alle spalle sia bloccato per due anni solo perché certi Stati membri non si vogliono assumere le loro responsabilità politiche, nascondendosi dietro argomentazioni giuridiche”. Le speranze ora sono riposte nella Danimarca. Dopo il ritorno dei socialdemocratici al potere a Copenaghen, quel Paese potrebbe cambiare idea in merito. Ed esprimere al consiglio di ottobre una nuova posizione. Favorevole, forse, stavolta. Al Pead. E a una certa solidarietà europea.