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I servizi segreti a Netanyahu<br>“Riaprire i negoziati con i palestinesi”

Scoop del quotidiano Haaretz che rivela come Mossad e Shin Bet abbiano mandato una serie di memorandum al governo di Gerusalemme con la richiesta di "abbassare la tensione e migliorare la posizione internazionale del Paese"

Un rapido ritorno ai negoziati diretti con i palestinesi, perfino prima del voto dell’Assemblea generale dell’Onu sul nuovo status della rappresentanza palestinese alle Nazioni Unite. E negoziati che si concentrino sui reali interessi di Israele, anziché su questioni simboliche e tattiche.

Secondo il quotidiano israeliano Haaretz è questo il nucleo del contenuto convergente di una serie di memorandum che i diversi servizi di intelligence del paese hanno consegnato nelle ultime settimane al governo guidato dal premier Benyamin Netanyahu. Lo Shin Bet (intelligence interna), il Mossad (intelligence esterna) e l’Intelligence militare concordano nella loro analisi sul fatto che la veloce ripresa delle trattative con l’Autorità Nazionale Palestinese servirebbe ad “abbassare la tensione e migliorare la posizione internazionale del Paese”. A rivelare al quotidiano Haaretz il contenuto di questi memorandum è stata una fonte indicata come “molto vicina al ministro della difesa Ehud Barak“, che ne ha riferito agli altri sette ministri del gabinetto di governo.

I memoranda, peraltro, analizzano la situazione del Medio Oriente dopo le rivoluzioni arabe, e spiegano che se da un lato esse possono costituire una minaccia per la sicurezza israeliana, dall’altro sono anche una opportunità per modificare in modo permanente le relazioni tra Israele e i suoi vicini.

Barak, secondo la fonte citata da Haaretz, forte delle indicazioni contenute in questi documenti, avrebbe cercato di spingere il governo a lasciare da parte la preoccupazione per “questioni tattiche e simboliche”, come le scuse alla Turchia per l’incidente della Freedom Flotilla nel 2010 o la tensione con l’Egitto, cresciuta dopo le critiche mosse da Israele al governo provvisorio egiziano sulla sorveglianza del Sinai e dopo l’assalto all’ambasciata israeliana al Cairo. “Senza un ritorno ai negoziati, condotti sulla base degli interessi israeliani di lungo periodo – avrebbe detto Barak ai suoi colleghi ministri – Israele rischia di essere percepita dall’opinione pubblica internazionale come un ostacolo alla pace”.

La preoccupazione, degli analisti dell’intelligence quanto del governo, è concentrata sul voto all’Onu, a partire dal prossimo 23 settembre, quando l’Assemblea generale del Palazzo di vetro dovrà pronunciarsi sulla richiesta palestinese di riconoscere all’Anp la condizione di “stato osservatore”, come il Vaticano. Una sottigliezza diplomatica, all’apparenza, che però consentirebbe all’Anp di avere propri rappresentanti nelle maggiori agenzie Onu.

Secondo la stampa israeliana, in questi ultimi giorni prima dell’avvio della procedura all’Onu, è la diplomazia europea che si sta muovendo con particolare frenesia. L’obiettivo di Catherine Ashton, capo del Servizio di azione esterna dell’Ue, è evitare che i 27 si presentino divisi all’appuntamento. Il lavoro degli sherpa europei è sul testo della mozione che l’Anp presenterà all’Onu. Indiscrezioni diplomatiche da Bruxelles, indicano che una delle clausole che l’Ue sta cercando di far accettare ai palestinesi, in cambio del voto favorevole dei 27, è che il voto stesso non implichi il riconoscimento dello stato palestinese su un piano bilaterale da parte di ciascuno dei paesi membri. L’Ue, inoltre, chiede all’Anp l’impegno tornare al tavolo delle trattative e a inserire nel testo della risoluzione alcuni elementi della posizione europea sulla soluzione del conflitto israelo-palestinese: trattative sulla base dei confini del 1967, con la possibilità di scambio di territori e riconoscimento dello stato palestinese rinviato “a un momento opportuno” da stabilire in futuro.

Tutto il lavorio diplomatico serve a conciliare la posizione di quegli stati (Germania, Italia, Olanda e Repubblica ceca) che hanno già fatto sapere di essere pronti a votare contro la richiesta palestinese, con quella di tutti gli altri, divisi tra favorevoli (Spagna) e indecisi. Francia e Gran Bretagna, che no hanno ancora assunto una posizione ufficiale, stanno conducendo il lavoro di tessitura.

Se l’operazione riesce, e anche i 27 paesi Ue votano a favore della mozione palestinese, si realizzerà quasi alla lettera lo scenario di isolamento internazionale del governo Netanyahu prefigurato con grande preoccupazione dai memoranda dei servizi di intelligence israeliani. Che almeno questa volta non potranno sentirsi rimproverare di essere stati colti di sorpresa.