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Anche i calciatori hanno diritto di scioperare

Mentre da più parti viene intonata la litania sullo sciopero dei privilegiati, i calciatori spagnoli che s’apprestano a far slittare di due settimane l’inizio della Liga hanno ricevuto un endorsement forse inatteso. A giungere in loro soccorso sono state infatti le principali confederazioni sindacali del paese, la Union General de Trabajadores (UGT) e le Comisiones Obreras (CC.OO.). A giudizio di chi fa sindacato fuori dal mondo dello sport, la mobilitazione dei calciatori è più che legittima, poiché è organizzata per la tutela di diritti reali. Diritti del calciatore in quanto lavoratore, e in quanto persona. E non ha senso fare ironia, o brandire l’indignazione verso ciò che si ritiene essere un capriccio da miliardari. I calciatori spagnoli della massima serie scioperano soprattutto per difendere la causa di molti colleghi che giocano nelle categorie inferiori (ma alcuni anche nel massimo campionato), colpiti dalle conseguenze di una crisi economica che non risparmia nessuno. In Spagna il calcio sta vivendo un momento molto difficile (il debito complessivo della sola Liga è stimato in 4 miliardi di euro), con conseguenze devastanti sulla salute economico-finanziaria dei club. Dal punto di vista dei calciatori, la situazione è aggravata dalle conseguenze perverse dell’applicazione della Ley Concorsual, che consente ai club in stato pre-fallimentare di sospendere o dilazionare su lunghi periodi il pagamento dei debiti senza essere dichiarati falliti. Qualcuno si sentirebbe di giudicare non legittima la scelta di scioperare per motivi come questo?

Altrettanto legittimo è lo sciopero minacciato dall’Associazione Italiana Calciatori, che ipotizza di far saltare la disputa della prima giornata di serie A in calendario per il 27-28 agosto. Anche nel caso italiano, i commenti prevalenti si sono concentrati sull’inopportunità della mossa, tanto più perché essa cadrebbe in un momento di crisi economica generale del paese. Argomento che non comprendo. Purtroppo il momento in cui si prende la decisione di scioperare è quasi mai determinato da una scelta fatta a freddo. Piuttosto, esso è conseguenza di un conflitto che giunge al punto di rottura. E se questo punto di rottura arriva in un momento che fa giudicare a qualcuno inopportuna l’opzione dello sciopero, non è colpa di chi quella decisione la prende. Giocare la carta dello sciopero in un tempo precedente sarebbe stato prematuro, farlo più avanti (e quando, poi?) potrebbe essere troppo tardi. Va ricordato che i calciatori italiani sono pronti a rifiutarsi di scendere in campo perché da oltre un anno la Lega di serie A (cioè i presidenti-padroni) rifiuta di firmare il rinnovo del contratto collettivo; e soprattutto perché, nello specifico, essa non vuole accettare una norma che sopprimerebbe sui campi d’allenamento l’equivalente dei reparti-confino nelle fabbriche. Scioperare contro una cosa del genere è cosa buona e giusta. Se poi c’è chi pensa che i calciatori in quanto tali non abbiano diritti come qualsiasi altro lavoratore o cittadino, allora lo dica chiaramente.