Mondo

Default Usa, no al piano democratico<br>Si va verso l’intesa bipartisan

Il piano prevede un innalzamento del tetto del debito per 2800 miliardi di dollari, insieme a un pacchetto di tagli alla spesa per la stessa cifra. Due le fasi previste. Inizialmente il Congresso voterà 1000 miliardi di risparmi. Una Commissione dovrà poi identificare altri 1800 miliardi di tagli

Continua la guerra di posizione tra democratici e repubblicani in vista dell’accordo sul debito. I repubblicani del Senato hanno bloccato il tentativo dei democratici di imporre il voto sul piano del loro capogruppo, Harry Reid. Si tratta di una manovra procedurale, in larga parte attesa, che non pregiudica un’intesa ma che dimostra come non tutti gli ostacoli siano stati rimossi.

Il voto del Senato è arrivato dopo una mattinata di intensi colloqui, dichiarazioni, incontri. La proposta sul tappeto è quella negoziata dal leader repubblicano del Senato, Mitch McConnell, insieme al vicepresidente Joe Biden. Il piano prevede un innalzamento del tetto del debito per 2800 miliardi di dollari, insieme a un pacchetto di tagli alla spesa per la stessa cifra. Due le fasi previste. Inizialmente il Congresso voterà 1000 miliardi di risparmi. Una Commissione – composta di sei democratici e sei repubblicani – dovrà in un secondo tempo identificare altri 1800 miliardi di tagli. Per far sì che la Commissione concluda davvero i suoi lavori, è stata introdotta una norma che prevede, in caso di mancata intesa, un taglio automatico del 4% alle spese militari e a quelle del Medicaid. Contestualmente, è previsto un secondo aumento del tetto del debito.

“Siamo vicini, molto vicini all’accordo”, ha detto McConnell, intervistato da CNN. “Mi sento sollevato”, gli ha fatto eco il senatore democratico Charles Schumer. Il ritardo nell’annuncio di una soluzione mostra però che non tutti i dettagli sono stati perfezionati. I democratici vogliono essere sicuri che la Commissione decida davvero sul secondo round di interventi, in modo da consentire a Barack Obama una più tranquilla gestione della campagna per le presidenziali 2012. I repubblicani cercano invece di far inserire nel piano un emendamento alla Costituzione per il pareggio di bilancio, fortemente chiesto dai deputati vicini al Tea Party.

Mentre proseguono i negoziati, e si attende un possibile annuncio risolutore prima della scadenza del 2 agosto, emergono già i vincitori e gli sconfitti nella battaglia sul debito. Tra i vincitori dovrebbero esserci Mitch McConnell e Joe Biden, i veri artefici del piano (fonti non ufficiali della Casa Bianca riferiscono che i due hanno cominciato a elaborarlo subito dopo lo scambio di voti contrapposti tra Camera e Senato, venerdì). Il ruolo di mediazione potrebbe tra l’altro garantire a Biden la ricandidatura accanto a Barack Obama alle presidenziali 2012. Escono seriamente danneggiati dallo scontro il capogruppo democratico del Senato, Harry Reid, e lo speaker repubblicano della Camera, John Boehner, incapaci di muoversi tra gli opposti schieramenti e di forgiare un accordo. I due sono stati in qualche modo esautorati, pur di chiudere la partita. Di più, Boehner ha dimostrato di non poter controllare almeno una trentina di suoi deputati, quelli più vicini al Tea Party, che in un primo tempo si sono rifiutati di votare la sua proposta.

La vera incognita si stende però soprattutto su Barack Obama. Il presidente deve alla fine accettare un piano molto diverso rispetto a quello sperato. In queste settimane, Obama è parso particolarmente sulla difensiva, capace di fare appelli alle parti più che guidare il Paese verso un accordo. L’attuale compromesso è, oggettivamente, molto più vicino ai desideri dei repubblicani che all’iniziale progetto della Casa Bianca (che mirava a una misura più ampia, pari a 4000 miliardi di dollari). Dalla bozza di piano emergono tagli radicali alla spesa sociale (soprattutto quella sanitaria) e sparisce la nuova disciplina fiscale, per far pagare più tasse alle fasce abbienti. La Casa Bianca ha poi in questi mesi trascurato l’appello della base liberal del suo partito, che spinge per un piano di stimoli e investimenti nell’occupazione. Una virata in senso conservatore che forse può garantire l’appoggio degli indipendenti, alle presidenziali 2012, ma che scontenta una fetta importante dell’elettorato democratico: giovani, donne, ispanici, afro-americani.