Diritti

Bari, fermi i soldi <br> per la ristrutturazione del Cie

La denuncia arriva da due deputati pugliesi, Dario Ginefra (Pd) e Pierfelice Zazzera (Idv). "Le condizioni delle strutture igienico-sanitarie sono al limite dell’agibilità". Inoltre un milione e 700 mila euro risulta bloccato al Provveditorato in attesa dell’espletamento della gara comunitaria

“Il Cie di Bari va chiuso”. Questa la richiesta dei due deputati pugliesi Dario Ginefra (Pd) e Pierfelice Zazzera (Idv), che questa mattina hanno fatto visita al Centro, mentre all’esterno dell’edificio i giornalisti delle maggiori testate regionali partecipavano alla manifestazione “LasciateCIEntrare”.

“Le condizioni delle strutture igienico-sanitarie – spiega Ginefra – a nostro parere sono al limite dell’agibilità”. I due onorevoli lamentano anche i ritardi nei lavori di ristrutturazione dei due moduli che furono chiusi a seguito di una sommossa scoppiata lo scorso luglio, praticamente un anno fa. “Ci hanno riferito che il finanziamento di un milione e 700 mila euro predisposto dal ministero per le Ristrutturazioni e le manutenzioni sarebbe bloccato al Provveditorato in attesa dell’espletamento della gara comunitaria, in quanto le cifre superano la soglia. Ma su questo non hanno potuto dare alcun elemento di giustificazione ufficiale”.

Nei prossimi giorni, Ginefra e Zazzera interrogheranno il ministro Roberto Maroni, per chiedere di chiarire situazioni relative ad attuali detenuti nella struttura barese, che hanno fatto richiesta di asilo politico. Gli immigrati dovrebbero essere destinati al Cara (centro di accoglienza per richiedenti asilo) e non al centro di espulsione nel quale oggi si trovano. “Ci sono otto tunisini – prosegue il deputato Pd – che provengono da Palazzo San Gervasio, smistati dopo gli sbarchi a Lampedusa e rientrerebbero in una procedura diversa rispetto a quella che in questo momento viene applicata. Ci hanno detto che probabilmente questi avevano già a carico un provvedimento di respingimento, ma anche su questo non è stato fornito nulla a livello documentale. Per questo chiederemo conto in Parlamento”. Analoga situazione per sei palestinesi. “La Questura ha detto che sarebbero in corso verifiche per accertare che siano realmente palestinesi (come hanno dichiarato di essere) e non egiziani”.

Sono centosei gli attuali “ospiti” del centro. Molti dei quali non conoscono alla perfezione gli effetti del decreto legge n. 143, varato dal Consiglio dei ministri il 16 giugno scorso: la possibilità di trattenere fino ad un anno e mezzo gli extracomunitari nei Cie, il via libera al ripristino delle espulsioni dirette per i clandestini, l’introduzione dell’allontanamento coattivo per i cittadini comunitari. Il contenuto del decreto interessa anche gli attuali detenuti, al contrario di quanto molti di essi credono. “Parecchi – ha concluso Ginefra – non colgono pienamente, né i loro avvocati evidentemente gliel’hanno rappresentata, la normativa che ha già la sua vigenza sebbene subordinata alla conversione in legge da parte del parlamento. Alcuni pensano che la vigenza sia rinviata a dopo l’approvazione alla Camera della comunitaria, in programma nei prossimi giorni, e non interessi anche quelli che già da oggi sono detenuti”. Per questa ragione, a differenza di ciò che avvenne a causa del primo prolungamento (quando si passò da tre a sei mesi), le nuove prescrizioni non hanno comportato casi di autolesionismo e tentativi di fuga.