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Turchia, nuovo mandato, vecchie grane. Erdogan ricomincia da Cipro

Prima visita al di fuori dei confini per il premier turco, giunto al suo terzo mandato. Ad accoglierlo nella "Repubblica Turca di Cipro settentrionale" il problema della riunificazione, da sempre ostacolo all'ingresso formale del paese nell'Unione Europea

Com’è ormai tradizione, il neopremier turco Recep Tayyip Erdoğan ha compiuto la sua prima visita all’estero dopo aver ottenuto la fiducia parlamentare – quella all’inizio di ogni mandato, e siamo al terzo – nella Repubblica turca di Cipro settentrionale (Kktc); in occasione, stavolta, dell’anniversario di quella che i grecociprioti chiamano “invasione” e i turcociprioti “operazione di pace”: lo sbarco delle truppe di Ankara, il 20 luglio 1974, dopo il golpe nazionalista contro l’arcivescovo e presidente Makarios ispirato dai colonnelli di Grecia.

Da allora, l’isola di Afrodite è divisa tra la Repubblica di Cipro internazionalmente riconosciuta, membro dal 1° maggio 2004 dell’Unione europea, e un’entità apparentemente indipendente istituita nel 1983 e formalmente riconosciuta solo da Ankara, da cui nei fatti dipende economicamente, militarmente e politicamente: perché i negoziati per la riunificazione facilitati dalla comunità internazionale – sopratutto dall’Onu – in 30 e più anni hanno prodotto risultati solo parziali e mai conclusivi.

La visita di Erdoğan è stata minuziosamente preparata e accompagnata da accese polemiche, sul piano sia interno sia internazionale. Da una parte, a fine gennaio e inizio marzo, decine di migliaia di turcociprioti sono scesi in strada per protestare contro il piano di austerità – soprattutto tagli nell’elefantiaco settore pubblico – imposto dalla Turchia: “né pegno per la Turchia, né toppa per i grecociprioti”e “questo paese è nostro, saremo noi a governarlo” gli slogan anti-turchi più gettonati; e temendo contestazioni al premier, che non ci sono poi state, gli spin doctors hanno fatto tappezzare strade e giornali col manifesto elettorale del leader dell’Akp che dice: “Il nostro passato è stato insieme, il nostro futuro sarà insieme, noi siamo un cuore solo.” Garanzia di appoggio, richiesta di fedeltà. Dall’altra, la settimana scorsa avevano fatto scalpore le inattese parole del ministro degli esteri Ahmet Davutoğlu, indirizzate al commissario europeo all’allargamento Štefan Füle in visita in Turchia: “Se l’amministrazione grecocipriota rallenterà i negoziati [per la riunificazione] e assumerà unilateralmente la presidenza di turno dell’Unione europea, i rapporti tra la Turchia e l’Ue verranno congelati. […] Il nostro obiettivo è che una soluzione per Cipro venga trovata rapidamente e che le due comunità assumano congiuntamente la presidenza a luglio del 2012.”

A Cipro, accompagnato da una folta delegazione, Erdoğan ha partecipato alla parata militare, ha incontrato le istituzioni e i rappresentanti dei partiti e del mondo economico: soprattutto, ha rincarato la dose. Non solo ha confermato che, visto che la Turchia non riconosce la Repubblica di Cipro come rappresentante di tutta l’isola e quindi anche dei turcociprioti, nei fatti sarà impossibile avere rapporti con la presidenza di turno se prima non verrà sancita la riunificazione (il neoministro per gli affari europei Egemen Bağış ha però precisato che non subiranno ripercussioni quelli diretti con la Commissione europea); ma ha anche aggiunto che non è più disponibile a fare le concessioni – in buona parte territoriali – concordate nel 2004 prima che i grecociprioti bocciassero il referendum sull’unificazione attraverso il piano Annan, che l’accordo deve essere stabilito su base confederale, che se le due comunità non troveranno una soluzione la Turchia ne cercherà una alternativa (una campagna per il il riconoscimento internazionale della Kktc come stato indipendente?).

Parole dure e chiare, già al suo sbarco in aeroporto: “Non c’è nessun paese chiamato Cipro, esistono la Cipro greca e la Repubblica turca di Cipro settentrionale”. Parole che gettano ombre sul futuro dell’iter negoziale per l’ingresso nell’Europa dei 27. A cui il premier turco rinfaccia la mancata fine – come invece promesso dopo il referendum del 2004 – dell’isolamento economico dei turcociprioti, a causa dell’intransigenza della Repubblica di Cipro che da membro dell’Unione può far valere il suo diritto di veto. Parole che possono far pensare a un cambiamento di strategia, alla decisione di accantonare i toni concilianti e di rispondere a tono ai suoi interlocutori: staremo a vedere cosa dirà la prossima volta che Sarkozy o la Merkel gli proporranno una partnership privilegiata al posto della piena adesione all’Ue. Nel frattempo è stato fissato il calendario dei prossimi 19 incontri – a partire dal 25 luglio – tra il presidente grecocipriota Demetris Christofias e quello turcocipriota Derviş Eroğlu. Ban Ki-moon, dopo il vertice trilaterale di Ginevra del 7 luglio, si è detto fiducioso sulla possibilità di un accordo di massima entro la fine di ottobre.