Cronaca

Il rilancio mancato dell’ex Stalingrado<br/>La storia dell’area che inguaia Penati

La chiusura degli stabilimenti Falck, i fallimenti di Pasini e Zunino, l'ultimo progetto di Renzo Piano

La vicenda che porta all’accusa di corruzione per Filippo Penati parte da Stalingrado. La Stalingrado d’Italia, com’era detta Sesto San Giovanni per le tante fabbriche che ospitava sul suo territorio: Breda, Magneti Marelli, Falck… Poi venne la grande ristruttuirazione degli anni Ottanta, la pesante riduzione delle attività. E nel 1996 la Falck, fino ad allora il più grande gruppo siderurgico privato italiano, abbandonò la produzione e chiuse gli stabilimenti. Così si “liberarono” le aree finite oggi all’attenzione della Procura della repubblica di Monza.

Nel 2000 le aree furono acquistate da Giuseppe Pasini, importante costruttore sestese, oggi consigliere comunale dopo aver tentato una solitaria corsa a sindaco alle elezioni del 2007. Pasini sborsa 400 miliardi di lire per 1,3 milioni di metri quadrati. Affida il progetto di riqualificazione all’architetto ticinese Mario Botta, presentato nel 2002, ma l’operazione si impantana. Il Piano regolatore appena approvato dal Comune di Sesto prevede un indice di edificabilità di 0,5. Vale a dire che Pasini può costruire soltanto sulla metà della superficie. Il costruttore chiede un indice più alto, ma per lui diventa sempre più difficile sostenere l’impresa.

Sono questi gli anni in cui, secondo le indiscrezioni, si verificherebbe la presunta corruzione contestata a Penati, dal 1994 al 2001 sindaco dell’ex Stalingrado. L’affare non si sblocca, le banche voltano le spalle e nel 2005 Pasini rivende le aree al gruppo Risanamento di Vittorio Zunino, che acquista per 88 milioni di euro il 100 per cento dell’immobiliare Cascina Rubina, proprietaria degli insediamenti dismessi. Parte un nuova, ambizioso progetto urbanistico affidato all’architetto Renzo Piano.

Ma anche per il gruppo Zunino cominciano i guai, che portano al fallimento del 2009. Intanto nelle aree Falck i capannoni abbandonati diventano scheletri di cemento. Nel 2010 le aree passano nuovamente di mano, a una cordata guidata dall’imprenditore Davide Bizzi, che a maggio 2011 presenta un nuovo piano di recupero, firmato ancora da Piano.