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Presidenziali Usa 2012<br>Sette sfidanti per Barack Obama

La Cnn ha trasmesso il primo dibattito pubblico fra i candidati repubblicani che proveranno a strappare la Casa Bianca ai democratici. In pole position rimane Mitt Romney, ex governatore del Massachussetts. Assente la "pasionaria" Sarah Palin

E’ stata la prima uscita pubblica dei candidati repubblicani per le presidenziali 2012. Si sono ritrovati in sette – Mitt Romney, Rick Santorum, Michele Bachmann, Newt Gingrich, Ron Paul, Tim Pawlenty, Herman Cain – per farsi conoscere al grande pubblico televisivo e definire meglio temi e strumenti della battaglia elettorale contro Barack Obama. Ne sono uscite alcune conferme – Mitt Romney è ancora in pole position per diventare lo sfidante repubblicano a Obama – e qualche sorpresa: per esempio, il leader dei social conservative, Rick Santorum, ha intrapreso un lento ma significativo spostamento al centro, che dovrebbe dare più chance alla sua candidatura.

Il dibattito, moderato da John King e trasmesso da CNN, ha avuto luogo al Saint Anselm, un college cattolico del New Hampshire. Mancavano, tra i possibili sfidanti repubblicani, John Huntsman e Sarah Palin. Il primo, ex-governatore dello Utah e sino a qualche settimana fa ambasciatore di Obama in Cina, è stato sinora molto attento a tutelare il carattere bipartisan e tecnocratico della sua candidatura. La seconda, ormai star mediatica più che semplice politica, cerca di far crescere attesa ed entusiasmo attorno alla sua discesa in campo.

Chi si aspettava un clima teso, di scontro, tra i presenti, è andato deluso. Al Saint Anselm i repubblicani hanno esibito sorrisi e fair play, concentrando gli accenti critici sul nemico comune, Barack Obama, attaccato per deficit del budget e riforma sanitaria. Nessuno ha per esempio ricordato che Mitt Romney, da governatore del Massachussetts, ne fece approvare una molto simile a quella propugnata dal presidente democratico (e infatti Tim Pawlenty ha inventato una nuova parola, “Obamneycare”, per accomunare entrambi nel discredito). E nessuno ha messo il dito nella piaga di Newt Gingrich, che la settimana scorsa ha assistito alle dimissioni in massa di tutto il suo staff di consiglieri, poco ottimisti sulle possibilità di vittoria del loro capo.

La serata ha confermato che Romney è a questo punto il candidato da battere tra i repubblicani. Dalla sua ha l’esperienza maturata nella campagna del 2008, quando alla fine fu costretto a lasciare il passo a John McCain. Romney, in questi mesi, è stato molto attento a consolidare un profilo da chief executive, capace, a suo dire, “di promuovere ripresa economica e posti di lavoro”. Il suo handicap, come già nel 2008, è la credibilità. Come governatore del Massachussetts, Romney assunse posizioni particolarmente avanzate, nella tradizione del repubblicanesimo liberal alla Nelson Rockefeller (era a favore di aborto e diritti gay). Da candidato alla presidenza, nel 2007-2008, si spostò decisamente a destra, per compiacere la base del partito, ma senza davvero convincere l’America su questa sua repentina trasformazione.

Messi da parte come improbabili Ron Paul (l’eterno candidato libertario), Newt Gingrich (la guida della “rivoluzione repubblicana” del 1994, ormai senza vero seguito nel partito), Herman Cain (l’ex-CEO afro-americano di Godfather’s Pizza, famoso per aver detto che “molti cittadini americani di fede musulmana non sono davvero fedeli al Paese”), gran parte dell’interesse si è concentrato sui restanti tre presenti. Michele Bachmann, favorita del Tea Party e celebre per aver chiesto ai suoi concittadini del Minnesota di “prendere le armi” contro la riforma energetica di Obama, ha approfittato dell’occasione per darsi una fisionomia politica che vada al di là dei temi più tipici del Tea Party. Decisa è stata la sua condanna della politica estera americana, soprattutto delle scelte della Casa Bianca nella guerra in Libia, “contrarie all’interesse USA nell’area”.

L’ex-governatore del Minnesota Tim Pawlenty, leader della battaglia contro la sanità di Obama, ha usato lo spazio a sua disposizione per consolidare l’immagine di figlio della classe operaia (ciò che potrebbe dargli qualche carta in più di fronte al borghese e “sofisticato” Romney). Ma la sorpresa è stata appunto Rick Santorum, anche lui vicino alle posizioni del Tea Party, che nel passato si è fatto conoscere soprattutto per le sue idee apertamente conservatrici in tema economico e morale: tagli alla spesa sociale, opposizione ai matrimoni gay, insegnamento delle tesi creazioniste nelle scuole. Al Saint Anselm College, Santorum ha cercato di attenuare i tratti troppo “messianici” e religiosi del passato, facendo professione di fede nella separazione tra Stato e Chiesa. “Ciò che fa funzionare l’America, ha detto, è il fatto che tutte le idee sono consentite e tollerate”. Un modo per rassicurare l’elettorato. La conferma che anche queste elezioni, con ogni probabilità, le vincerà chi riuscirà a conquistare il centro dello schieramento politico.