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Siria, elicotteri aprono il fuoco sulla folla <br/> Damasco deferita all’Onu per piano nucleare

Il bilancio delle vittime è di almeno 28 morti in diverse località del Paese. E intanto per il regime di Bashar Assad si apre un altro fronte: l'Agenzia internazionale per l'energia atomica lo ha accusato di avere cercato in passato di produrre plutonio per fini militari

In Siria è un altro venerdì di proteste e scontri. Oggi cinque elicotteri hanno aperto il fuoco sulla folla riunita per manifestare. Almeno ventotto civili sarebbero stati uccisi oggi in varie località del Paese stando ai resoconti di testimoni oculari diffusi dal sito di monitoraggio Rassd e dalle tv panarabe al Arabiya e Al Jazeera. Due persone sarebbero morte a Busra al-Hariri, villaggio nel sud del Paese, dove l’esercito ha sparato per disperdere una manifestazione di protesta contro il regime di Bashar Assad. Testimoni oculari riferiscono poi che a Qabun, quartiere periferico di Damasco, un morto e un numero imprecisato di feriti sono stati causati dagli spari esplosi dalle forze di sicurezza. Secondo la tv di Stato in mattinata l’esercito ha iniziato a muoversi sulla cittadina di Jisr al-Shughour, 45 mila abitanti, nel nord ovest del Paese, a una ventina di chilometri dal confine con la Turchia. L’annuncio ha immediatamente provocato la fuga di centinaia di persone verso il confine turco, ieri già attraversato da quasi duemila persone, secondo quanto hanno riferito alle agenzie di stampa internazionali le autorità di Ankara.

Dal lato turco del confine, è stata approntata una tendopoli, gestita dalla Mezzaluna rossa turca, e le ambulanze sono pronte a intervenire per soccorrere i feriti. Il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan, giovedì in una conferenza stampa ad Ankara, aveva detto che il suo paese non avrebbe chiuso le porte ai profughi e aveva invitato il governo di Damasco a comportarsi “con tolleranza” verso i manifestanti che ormai dall’inizio di marzo stanno protestando contro il regime. Erdogan aveva anche condannato le “atrocità” commesse in Siria e invitato il presidente siriano Bashar Assad “a fare riforme convincenti per una transizione efficace”. La Turchia ha così preso le distanze dalla Siria, accentuando l’isolamento internazionale di Damasco, che ormai può contare solo sull’appoggio (peraltro molto discreto) del governo di Teheran.

Secondo il regime siriano, la scorsa settimana 120 poliziotti sono stati uccisi a Jisr al-Shughour da non meglio identificati “gruppi armati”. Un’accusa che i gruppi di opposizione respingono al mittente, sostenendo che i poliziotti sarebbero stati uccisi dai soldati rimasti fedeli al governo e non dagli insorti. Dagli scarni resoconti che arrivano dalla cittadina assediata, i tank siriani starebbero convergendo sul centro abitato dove si sentono esplosioni e spari. Pare che sia stato appiccato il fuoco ai campi attorno alla città, per rallentare l’avanzata dei tank e creare una sorta di cortina fumogena.

Secondo l’emittente panaraba Al Jazeera, che ha una reporter dal lato turco del confine, gli abitanti di Jisr al-Shughour avrebbero alzato barricate sulle vie d’accesso alla città e si starebbero preparando a una vera e propria battaglia. La Bbc aggiunge che un uomo, apparentemente riuscito a sfuggire alle maglie dell’assedio dell’esercito, ha parlato di circa 30mila soldati schierati attorno alla cittadina. Una cifra che sembra esagerata, anche perché negli ultimi mesi, secondo alcune analisi di intelligence, la fiducia che il presidente Assad può riporre nell’esercito è molto diminuita.

Nel resto della Siria, intanto, il venerdì di preghiera è diventato occasione per nuove manifestazioni contro il regime di Assad. Sulla blogosfera e su Facebook, le nuove proteste sono state indicate come “il giorno delle tribù” nel tentativo di mobilitare contro il regime siriano le confederazioni tribali e fare leva sulle strutture profonde della società siriana, messe da parte dalla gestione familistica del clan Assad che ha sempre favorito la minoranza alauita.

Per il governo siriano, inoltre, si è improvvisamente aperto un nuovo fronte internazionale. Giovedì notte, infatti, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Iaea) ha deciso, a maggioranza, di deferire la Siria al Consiglio di sicurezza dell’Onu per il programma nucleare. La decisione è stata presa con 17 voti a favore, 6 contrari (compresi Cina e Russia), 11 astensioni e un’assenza. I fatti si riferiscono al programma nucleare siriano e alla costruzione di un impianto, quello di Deir Alzour, nel nord est del paese, distrutto nel 2007 da un’incursione dei caccia israeliani. La Siria, che ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare e anche il Protocollo aggiuntivo che regola le ispezioni dell’Iaea, ha sempre sostenuto che l’impianto non era destinato alla produzione di materiale nucleare o alla ricerca in questo campo. Le indagini dell’Iaea sono iniziate a giugno del 2008 e secondo l’Agenzia il governo siriano si è rifiutato di collaborare per chiarire i punti sollevati da un esposto degli Stati Uniti, che accusano Damasco di aver cercato di produrre plutonio per impiego militare.

Non è detto che dal deferimento al Consiglio di Sicurezza dell’Onu possano nascere sanzioni, com’è avvenuto nel caso dell’Iran, perché Russia e Cina sembrano intenzionate a usare il loro potere di veto, già ventilato anche nel caso della bozza di risoluzione presentata mercoledì da Francia, Gran Bretagna e Portogallo per condannare le violazioni dei diritti umani avvenute in Siria. Tuttavia, il timing della decisione dell’Iaea lascia pochi dubbi sul fatto che c’è stato un cambio di passo della comunità internazionale rispetto al regime di Damasco, che però continua imperterrito a proseguire nella direzione scelta con l’inesorabile ritmo di un cingolato.

Joseph Zarlingo – Lettera22