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Libia, Usa: “Missione rischia per lacune Nato” Alleanza: “Guerra non finirà grazie ai caccia”

Una macchina brucia accanto alla sede del consolato italiano di Bengasi

Un futuro “fosco” per la Nato. Questa la previsione del segretario americano alla Difesa, Robert Gates, se l’Alleanza – impegnata sia in Libia che in Afghanistan – non investirà risorse militari sufficienti. Per il segretario – al suo “ultimo discorso politico”, prima di andare in pensione e lasciare il posto a Leon Panetta – è “dolorosamente evidente che le lacune di investimenti e di largo consenso politico” hanno “il potenziale di compromettere le possibilità di condurre una campagna militare integrata, efficace e duratura”. La Nato viaggia al momento a “due veocità”, secondo Gates, divisa tra paesi che vogliono investire sui “vitali interessi dell’Europa” e altri che preferiscono “sostenere solo operazioni umanitarie”. Una polemica non troppo velata sulle operazioni in Libia. Ma anche per quanto riguardo l’Afghanistan, il segretario non può dirsi soddisfatto: l’Alleanza, spiega, a fronte di una disponibilità di due milioni di soldati, “ha fatto fatica a passare dai 20mila uomini schierati nel 2006 ai 40mila di oggi”. Un appello che arriva in contemporanea all’annuncio – di segno opposto – della Norvegia. Il governo di Oslo ritirerà infatti i suoi sei caccia dalla missione libica, a partire dal primo agosto. Due mesi prima della fine ufficiale del mandato internazionale. Mezzi che saranno compensati dagli altri Paesi, assicura la portavoce della Nato, Oana Longescu. Che, in risposta a Gates, ha dichiarato: “Non è solo con la forza militare che si risolve la crisi, che ha bisogno di una soluzione politica”.

Ma intanto gli scontri in Libia non si fermano da mesi. La tv di Stato di Tripoli ha annunciato oggi di aver abbattuto un elicottero francese al largo della costa di Zlitan. “Non è vero – ha smentito un responsabile dell’Alleanza -, non abbiamo subito attacchi, tutti i mezzi sono tornati alle loro basi”. Nella notte, intanto, nuove esplosioni sono state sentite nella capitale – al centro e nelle periferie -, dove ormai ogni giorno si registrano raid della coalizione internazionale. La giornata finora più intensa è stata quella di martedì, quando diversi testimoni raccontano di almeno 60 bombe sganciate dai cieli di Tripoli. Causando, secondo il portavoce del regime, Mussa Ibrahim, 31 morti e decine di feriti. I bombardamenti, compresi quelli di oggi, hanno interessato anche la residenza-bunker del colonnello Muammar Gheddafi che, secondo fonti dell’Alleanza, sarebbe in gran parte distrutta.

Il segretario Usa richiamava però anche a un impegno politico. Su quel versante si è mossa oggi l’Italia, dove il Ministro degli Esteri Franco Frattini ha incontrato oggi alla Farnesina il generale statunitense David Petraeus, comandante del contingente Isaf in Afghanistan e prossimo direttore della Cia. Oggetto della discussione anche l’intensificazione delle pressioni politico-militari sul regime di Gheddafi e le prospettive di una soluzione politica per una Libia democratica. Mentre la Russia, da sempre critica nei confronti delle operazioni militari nel Paese, prosegue nel suo lavoro di diplomazia. Dopo un incontro con i vertici del Consiglio nazionale transitorio a Bengasi, l’inviato speciale del Cremlino, Mikhail Margelov, è oggi andato a Tripoli per un discutere con i vertici del regime. Ma non incontrerà il Colonnello. “Il leader libico – ha detto Margelov – ha bisogno di prendere una responsabile e coraggiosa decisione sul suo futuro”. La via proposta da Mosca per una “soluzione politica ancora possibile” è quindi quella delle dimissioni del rais.