Mondo

Maghreb, dopo Egitto e Tunisia <br/> La rivolta sta montando in Algeria

Il governo di Abdelaziz Bouteflika sembra navigare in acque sempre più agitate. Davanti alle continue manifestazioni l'esecutivo è tornato ad annunciare riforme democratiche. Ma potrebbe non bastare

Se l’opposizione siriana tenta oggi di dare la spallata finale al regime di Assad, anche il governo algerino di Abdelaziz Bouteflika sembra navigare in acque sempre più agitate. Davanti alle continue manifestazioni di studenti e lavoratori il governo è tornato ad annunciare riforme democratiche. Ma potrebbe non bastare a un’opposizione civile che non vuole accontentarsi di qualche piccola concessione.

Intanto la piazza non si ferma, e alle manifestazioni organizzate ogni settimana le forze dell’ordine continuano a rispondere con i manganelli. Il 23 aprile la polizia ha disperso due proteste nella capitale: quella di alcune centinaia di dipendenti della scuola che davanti all’Assemblea popolare nazionale chiedevano aumenti salariali e quella indetta dal Coordinamento nazionale per il cambiamento e la democrazia (Cncd) a pochi chilometri di distanza. A terra, secondo i testimoni, sarebbero rimaste alcune decine di feriti.

Lo stesso copione si è ripetuto due giorni fa davanti al palazzo presidenziale di Algeri, quando centinaia di medici specializzandi, in sciopero dal 7 marzo, sono scesi in piazza. Sulla pagina Facebook del Collettivo dei medici specializzandi campeggiano le poche immagini degli scontri sfuggite al controllo della polizia, che ha sequestrato a molti medici i cellulari e ha malmenato diversi giornalisti. Secondo Marouane Sid Ali, portavoce del Collettivo, almeno “dieci medici sono stati feriti dalla polizia”, mentre altri sarebbero stati arrestati e non si sa “se siano stati ancora rilasciati”.

Se i numeri delle manifestazioni sono ancora lontani da quelli che in piazza Tahrir hanno portato alla caduta del regime di Mubarak, il governo sembra sempre più preoccupato. Il presidente Bouteflika, infatti, già a metà aprile dopo che non parlava in pubblico da tre mesi, aveva annunciato ufficialmente una stagione di riforme per scongiurare il peggio. Al termine del consiglio dei ministri di mercoledì, poi, ha fatto di più. Ha annunciato una Road map per le riforme, indicando i settori su cui intervenire: dalla legge elettorale, alla riforma del settore dell’informazione e della professione giornalistica in un paese in cui la televisione è pubblica e quindi nelle mani del governo. Bouteflika ha anche fatto sapere che a guidare la difficile impresa sarà Abdelkader Bensalah, presidente della camera alta del parlamento e probabile successore del presidente alle prossime elezioni.

Quello che non è ancora chiaro è quali saranno le “personalità nazionali” con cui il regime ha annunciato di voler dialogare sulle riforme. Ovvero, quale ruolo avrebbero le organizzazioni della società civile, vera protagonista della Primavera araba. Certo è che l’opposizione dei movimenti non vuole stare a guardare: il Ccd, infatti, ha anticipato le parole di Bouteflika di mercoledì, e già il 23 aprile ha messo nero su bianco le rivendicazioni condivise “con le altre forze di cambiamento democratico” . La sua ricetta per il nuovo corso algerino prevede un Consiglio nazionale di transizione composto da personalità impegnate nella lotta democratica il cui lavoro dovrà concludersi entro un anno. Lo scopo è quello di nominare un governo di transizione, preparare una nuova costituzione e dare vita a una Commissione indipendente “per stabilire la verità e la giustizia” sulle attività del governo.

Le parole che ritornano in Algeria, dunque, sono le stesse che hanno riempito le piazze del Cairo e di Tunisi: transizione pacifica, giustizia e libertà. Anche per questo il Cncd continua a chiedere a gran voce un’inchiesta indipendente che faccia luce sulla morte di Ahmed Kerroumi, docente universitario e membro del Cncd, trovato morto la settimana scorsa dopo che da cinque giorni se ne erano perse le tracce.

Secondo la Lega algerina per la difesa dei diritti dell’uomo, del resto, la fine dello stato di emergenza deciso a febbraio dopo 19 anni, che avrebbe dovuto eliminare restrizioni sulla libertà di espressione e di associazione, al momento è rimasta solo una promessa.

di Tiziana Guerrisi Articolo 22