Politica

I referendum di B. e<br> i referendum su B.

Le opposizioni sono cascate nel trappolone di Berlusconi: rovesciare il senso dei due appuntamenti elettorali di maggio e giugno.

Il Premier, a oggi, pare sia riuscito a invertire il peso politico delle prossime due consultazioni, trasformando le Amministrative del 15 e 16 maggio in un referendum su di sé invece che un appuntamento in cui gli italiani devono scegliere i loro primi rappresentanti istituzionali, quelli che si occuperanno delle buche nelle strade, delle scuole dei loro figli, dei rifiuti, dell’inquinamento, dei servizi essenziali.

Allo stesso tempo sta progressivamente provando a svuotare di senso l’appuntamento dei referendum del 12 e 13 giugno, un momento in cui gli italiani, nel dire la loro su nucleare, acqua pubblica e legittimo impedimento, avrebbero avuto la libertà di dire sì o no al Governo Berlusconi, e solo a lui, senza che la valutazione fosse ponderata dalla qualità dell’offerta politica complessiva.

E invece corriamo verso l’esatto contrario. Il Cavaliere, aprendo la campagna di Letizia Moratti a Milano, ha rievocato il solito refrain: “è un test nazionale”. L’opposizione, incredibilmente, ha ripetuto la stessa cosa, spostando l’attenzione su temi che nulla hanno a che vedere con le amministrative. E perdendo automaticamente consenso.

Non so come funziona nel resto d’Italia, ma in Puglia (e secondo me non solo qui) succede che il capoluogo di Regione, Bari, e la Regione, siano amministrati da governi di centro-sinistra nonostante la tradizione culturale e politica di questa terra sia moderata, conservatrice, di destra. Questo accade perché quando si sceglie il sindaco, o un presidente di Provincia o di Regione, si sceglie l’uomo, la qualità della sua squadra, il programma elettorale, più dell’appartenenza politica: non si sceglie tra Berlusconi e un’alternativa a Berlusconi, ma tra due idee di governo alternative.

Bastava, dunque, concentrarsi su questo, vincere le elezioni e poi dopo, a vittoria in tasca, parlare dei suoi esiti e del valore politico degli stessi.

E invece no, tutti a parlare di test nazionale: la qualità degli uomini che vanno per le strade a prendere i voti viene messa da parte e offerta gentilmente al potere mediatico e generalista del Premier che così potrà essere in tutta Italia con un solo messaggio indifferenziato.

Nel frattempo, invece, quello che poteva essere un referendum su Berlusconi (e lo sarà ancora di più se il centro-destra perderà le Amministrative) si sta trasformando in una pantomima che, per fortuna, è tenuta viva dai comitati referendari, dai volontari, dagli attivisti e dall’opinione pubblica più in generale.

Il nucleare, dunque la nostra vita, la nostra salute e le nostre politiche energetiche sono oggetto di scambio politico e di confusione per evitare che il 12 e il 13 giugno l’Italia dica sì nei quattro quesiti e dica no, tra le altre cose, alla giustizia ad personam di questo Governo.

Le opposizioni avrebbero dovuto lasciar fare la campagna elettorale per le amministrative ai candidati e concentrare tutti i loro sforzi di coordinamento nazionale sul referendum. No al nucleare e difesa dell’acqua pubblica dovevano essere il perno dei programmi dei candidati alternativi al centro-destra. La campagna per il 15 e il 16 maggio doveva dunque trainare la campagna per il 12 e il 13 giugno. Per vincere due volte con un solo sforzo.

Per ora sta succedendo l’esatto contrario. Tutti, nessuno escluso, stanno commettendo lo stesso, identico, errore.

Speriamo che la strategia cambi in fretta, si fa ancora in tempo.