Saturno

Troppo pacifismo fa male ai bambini

La letteratura può raccontare la guerra ai nostri giovani?

di Mauro Novelli
La piccola vedetta lombarda! Quanti milioni di ragazzi avrà commosso, quel biondino che scorgeva un passerotto a un miglio di distanza? Una splendida mattina del giugno 1859 salì tra i rami di un frassino, ricevette nel petto una palla austriaca e spirò, confortato da un ufficiale dell’esercito sabaudo. Tra le mille iniziative per celebrare i 150 anni dell’Unità, nessuno per fortuna ha pensato di riesumarne le spoglie, subito ricoperte da un drappo tricolore, e additarlo ai suoi coetanei del XXI secolo come modello di patriottismo eroico.

Non sono più i tempi di Edmondo De Amicis, certo. Anzi in molti ora si chiedono se sia davvero il caso di raccontarla, la guerra, ai ragazzi. Al riguardo Walter Fochesato, nel suo ultimo libro Raccontare la guerra. Libri per bambini e ragazzi (Interlinea), tra i massimi esperti italiani di letteratura per l’infanzia, ha pochi dubbi. La risposta è sì. Non ha senso custodire innocenze impossibili. L’alternativa è lasciarli senza spiegazioni, in balia degli stereotipi sul nemico e degli orrori riversati dai mezzi di comunicazione.

Ma se tentare una rimozione è assurdo, non ci si può neppure accontentare di un pacifismo retorico, astratto e barboso. Troppo zucchero fa male ai bambini. E poi, sciabole e soldatini ieri, videogiochi spara-spara oggi, non sono la passione dei maschietti? Umberto Eco, non proprio un folle, attribuisce il proprio orrore per la guerra agli innocui e catartici sfoghi sanguinari dell’infanzia. E allora…

D’accordo. Resta però da vedere quale chiave scegliere, nel raccontare le guerre − quelle vere − con le armi della letteratura. È questo il punto su cui si concentra Fochesato nei quattordici saggi del volume, dove sfila una sterminata quantità di autori, titoli e trame, a testimonianza di una preparazione enciclopedica, che a tratti per la verità gli prende la mano, spingendolo a privilegiare la vastità del panorama sull’identificazione di tipologie e tecniche narrative.

La parabola complessiva tuttavia si riconosce chiaramente. A lungo ha prevalso in Italia una rappresentazione della guerra di taglio celebrativo o esortativo, come nei romanzi destinati al pubblico adulto. Prima l’epopea risorgimentale e l’etica del sacrificio, perorata nel libro Cuore e rilanciata dopo la Grande Guerra da libri fortunatissimi come Il piccolo alpino, di Salvator Gotta. Poi la stagione fascista, nella quale persino Pinocchio venne arruolato tra le camicie nere. In mezzo Giamburrasca, visto – con qualche forzatura − come il prototipo delle ribellioni antiborghesi.

Nel ventennio una tappa cruciale nel processo di militarizzazione dell’infanzia è la campagna d’Etiopia. Intorno alle vicende coloniali fioriscono decine di narrazioni, tra il fiabesco e l’esotico. Leoni, serpenti, deserti, e tante faccette nere da civilizzare: inutile sottolineare i connotati razzisti di questa produzione. Del resto molti romanzi antisemiti vennero ristampati anche dopo il 1945, previa soppressione dei passaggi più aggressivi. Viceversa, negli ultimi anni la Shoah è divenuta fondale frequentatissimo anche nel settore kids. Un fenomeno sul quale Fochesato esprime riserve condivisibili, perplesso dinanzi al fioccare di licenze storiche. Le sue simpatie vanno piuttosto a chi ha saputo coniugare ottica infantile, intrecci avvincenti e tono scanzonato.

Merce rara in Italia, dove a lungo hanno dominato altri e più rigidi orientamenti. Ancora ricordo la noia e il raccapriccio con cui da ragazzino lessi per obbligo scolastico Un anno sull’Altipiano. Solo tanti anni dopo ho saputo riconoscere il valore di un maestro oggi dimenticato come Emilio Lussu.

Saturno, Il Fatto Quotidiano, 15 aprile 2011