Saturno

Homo Sapiens 2.0. La mia esistenza in cifre

di Matteo Bittanti*
Faccio jogging in media tre volte alla settimana. Per lo più il giovedì. Percorro almeno 41 chilometri. Nell’aprile del 2010 – miglior performance in assoluto – ho totalizzato 169 chilometri. A dodici mesi di distanza voglio sfondare il tetto dei 200.

Secondo Nikeplus.com, ho il 73% di possibilità di raggiungere questo obiettivo, obiettivo che ho comunicato ai miei fans, followers e friends. Nel 2010 ho bruciato 76.972 calorie. Oggi ho camminato per 5,2 chilometri, pari a 10.353 passi. Consumo in media 11 cappuccini doppi con latte scremato alla settimana che mi forniscono (caduno) 90 calorie, 4,5 grammi di grassi, 5 grammi di proteine e il 15% del fabbisogno giornaliero di calcio. Tra il 15 e il 21 marzo 2011 ho consumato 10.643 calorie, 308 grammi di grassi, 500 milligrammi di colesterolo, 7.746 grammi di sodio, 1.071 carboidrati, 132 grammi di proteine, 403 grammi di proteine e 367 di zuccheri.

La mia dieta prescrive 1.847 calorie al giorno, 60 grammi di grassi, 278 milligrammi di colesterolo, 2.221 milligrammi di sodio, 278 grammi di carboidrati, 37 grammi di zuccheri, 23 grammi di fibre e 46 grammi di proteine. Ho definito questi parametri sulla base del principio che l’unico modo “scientificamente dimostrato” per prolungare l’esistenza è ridurre – o quantomeno contenere – l’apporto calorico giornaliero.

Mai sforare le 2.000 calorie. Ho in media 3,5 rapporti sessuali alla settimana della durata media di 42 minuti. Non faccio uso di sildenafil, per lo meno non ancora. Dormo in media 5 ore e 43 minuti al giorno e impiego circa 21 minuti per raggiungere lo stato Rem. Questa settimana ho scattato 48 fotografie con il mio iPhone 4, 37 con l’app Hipstamatic.

Ne ho caricate 32 su “manybits”, il mio account su flickr. 29 immagini sono state viste almeno una volta dai visitatori e una di queste, scattata nel coffee bar all’ultimo piano del MoMa di San Francisco, è stata visionata 79 volte, commentata 3, ripubblicata 2. In questo frangente temporale ho visto 16 film, di cui 5 al cinema, 10 in streaming su Netflix e 1 su mubi.com. Ho assegnato un punteggio a 12 di questi su mubi.com, il social network per cinefili, e 14 su Netflix (8 di questi mi erano stati consigliati dall’algoritmo, giudizio medio: 3,5 stelline su 5).

Per un film in particolare, Copia Conforme (2010) di Abbas Kiarostami, ho scritto un commento di 166 parole a latere di una brillante recensione pubblicata su mubi.com. Undici lettori hanno approvato il mio commento, tre lo hanno trovato stupido. Ho raccolto – e raccolgo – gigabyte di informazioni sulle mie attività quotidiane, settimanali, mensili, annuali.

Sono un personal tracker. Un quantificatore dell’esistenza. La mia vita è un esperimento in tempo reale. Sono al tempo stesso studioso e oggetto dello studio. Mi osservo e insieme osservo la mia attività di osservatore. Misuro, quantifico e analizzo le più disparate abitudini, dal fitness all’alimentazione, dal consumo culturale alla produttività. Mi servo di strumenti come Fitbit e Nike+ (minuscoli accelerometri e sensori) che indosso ogni giorno e che misurano in tempo reale le distanze percorse, le calorie consumate, la frequenza del battito cardiaco, i ritmi veglia/sonno.

Sono, de facto, un cyborg. La mia bilancia wi-fi trasmette informazioni relative al mio peso e all’indice di grasso corporee a un sito online, che analizza i dati e mi suggerisce cosa mangiare. Con buona pace di Jaron Lanier, sono diventato il gadget di me stesso. Da tre anni a questa parte registro, con precisione svizzera, ogni sostanza che ingerisco, attraverso un servizio che calcola e visualizza automaticamente l’apporto nutrizionale di ogni pietanza.

Traduco le informazioni, i dati e i numeri in grafici, parabole, diagrammi. Ho raggiunto il mio obiettivo fondamentale nella vita: sono diventato un personaggio dei videogiochi. L’avatar di me stesso. Perché ogni azione che eseguiamo nel contesto di una simulazione elettronica è quantificabile, misurabile, soppesabile.

Se in The Sims osservo per qualche secondo un quadro appeso alla parete della mia villa virtuale, posso aumentare il mio indice di intelligenza. Se converso del più e del meno con il mio vicino di casa, incremento il mio fattore di socializzazione di una o due tacche. Questi aspetti oggi possono essere misurati anche nella cosiddetta realtà, che altro non è che una brutta copia della simulazione.

La statistica permea ogni aspetto dell’esistenza. Le tecnologie del personal tracking hanno trasformato il quotidiano in un grande videogame. Tecnologie a basso, bassissimo costo. Tecnologie che vanno smaterializzandosi. Presto mi farò inserire un sensore sottopelle per ridurre al minimo la raccolta e registrazione delle informazioni. Entro un paio d’anni, le tecniche di tracking individuale saranno invisibili, trasparenti, automatiche.

Trasmetteremo terabyte di dati ai nostri computer e smartphone in tempo reale, senza nemmeno accorgercene. Condivideremo le informazioni più personali con il mondo intero. Oppure con un ristretto gruppo di conoscenti e amici. Il Grande Fratello siamo noi. Il Grande Fratello sono io. Perché lo faccio? Semplice. Per capirmi. Per migliorarmi. Per ottimizzarmi. Per tenere sotto controllo i miei demoni. L’imperativo categorico dei videogame è l’implementazione. Il perfezionamento. Il miglioramento costante. Del giocatore. Del gioco in quanto tale. Osservo affascinato le mie statistiche. Gli schermi dei computer sono al tempo stesso finestre e specchi. Guardo fuori, mi guardo dentro. Vedo il mondo, mi faccio vedere nel mondo, mi vedo riflesso nel mondo. Annoto per restare a galla e non annegare. Annoto tutto per non perdermi nulla. Lascio al computer il compito di stabilire cosa importa davvero nella vita. Io non sono abbastanza intelligente per capirlo. La mia identità in quanto essere umano è tecnologicamente mediata. Senza un computer, non mi conosco. Senza un computer, non esisto. Quantifico, dunque sono.

*Ricercatore in nuovi media all’Università di Stanford e adjunct professor presso il California College of the Arts in San Francisco and Oakland

Saturno, Il Fatto Quotidiano, 8 aprile 2011