Cronaca

Non solo politica, la ‘ndrangheta <br/> adesso punta sulla Chiesa

Nell'operazione Raccordo conclusa oggi dai carabinieri di Reggio Calabria agli ordini del colonnello Carlo Pieroni, emerge la figura di don Nuccio Cannizzaro, parroco di Condera che, secondo i pm, ha favorito la cosca Crucitti, coinvolta nell'attentato all'imprenditore Bentivoglio

“Don Nuccio gli disse di non fare nulla, perché agli amici della zona dava fastidio questo progetto”. Così Consolato Marcianò, uno dei testimoni nel processo “Pietrastorta”, spiega agli inquirenti che la cosca Crucitti di Reggio Calabria non aveva gradito le iniziative dell’imprenditore minacciato Tiberio Bentivoglio. Quest’ultimo, che aveva la “colpa” di aver costituito un’associazione culturale, aggiunge che “don Nuccio, vedendo passare mia moglie, la fermò dicendole che continuare nella associazione avrebbe comportato il rischio di subire un altro incendio alla nostra attività”. Don Nuccio, però, non è un boss della ‘ndrangheta. È un prete che con la ‘ndrangheta reggina ci convive. E non solo. In qualche caso la favorisce. Questo emerge dall’inchiesta “Raccordo” messa a segno oggi della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria.

E così ancora una volta si pone il problema di una chiesa forte con i deboli e debole con i forti. Ma soprattutto una chiesa che, a Reggio come in altre zone della provincia e della regione, non ha mai voluto prendere una posizione chiara nei confronti delle organizzazioni mafiose. Ci sono preti che la ‘ndrangheta la combattono e preti che la ignorano tollerando le prepotenze dei mafiosi che operano nello stesso territorio. Una convivenza che emerge in maniera inquietante a Condera, un quartiere di Reggio, dove la comunità pastorale è guidata da don Nuccio Cannizzaro, il cerimoniere dell’arcivescovo Vittorio Mondello che adesso è iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di falsa testimonianza. Avrebbe favorito il boss Santo Crucitti, condannato per associazione a delinquere di stampo mafioso nell’ambito del processo “Pietrastorta” del 2010. Lo stesso processo dove, a puntare il dito contro i mafiosi, c’era Tiberio Bentivoglio, l’attivista di Libera che è stato vittima di un agguato l’8 febbraio scorso. Guarda caso, a un anno esatto dalla sentenza di primo grado emessa dal gup che ha giudicato colpevole Santo Crucitti. E fino a oggi il boss era a piede libero.

Già nel 2005, Bentivoglio e la moglie erano stati minacciati dal boss Santo Crucitti e dal braccio destro Giuseppe Romeo (assolti però da questo capo di imputazione) e “invitati” a recedere dall’iniziativa di dare vita a un’associazione culturale a Pietrastorta. Minaccia che sarebbe consistita nel fare esplodere appunto un ordigno davanti al negozio di articoli per l’infanzia “Sanitaria Sant’Elia”, gestito dalle vittime in via Reggio Campi. L’ordigno  (il seconda nel giro di due anni) ha devastato l’esercizio commerciale di Tiberio Bentivoglio. Quest’ultimo non avrebbe ricevuto il placet del boss come emerge in un’intercettazione ambientale tra Giuseppe Romeo e Pasquale Morisani, oggi consigliere comunale di centrodestra e candidato nella lista del Pdl alle prossime elezioni comunali. I due si sentono spesso. I carabinieri annotano e la conversazione finisce nell’inchiesta “Pietrastorta”. Se da una parte Romeo sarebbe stato informato dal “prete”, dall’altra il politico l’ha saputo da una signora che, poco prima aveva raccolto le confidenze del sacerdote Cannizzaro. “Gli ha detto che glielo dovevano dire prima” è la frase di Morisani che, tradotto, vuol dire: senza il permesso di Crucitti a Pietrastorta non si fa nessuna associazione.

Il nome del sacerdote ritorna sempre nelle carte dell’inchiesta. Il sospetto degli inquirenti è che abbia favorito il boss Santo Crucitti durante il processo. Inquietante la conversazione che il parroco di Condera intrattiene due mesi dopo la sentenza con uno dei soggetti minacciati dal capo locale il quale, non contento, per la sua testimonianza in Tribunale lo avrebbe intimorito dicendogli: “La devi pagare tu se mi azziccano, mi attaccano intra (mi arrestano ndr)”. Don Nuccio minimizza. Lo difende ancora una volta. Stando all’intercettazione, anche il suo atteggiamento nei confronti dei desiderata dei boss è quello di una persona che subisce certe logiche mafiose arrivando addirittura a dichiarare il falso: “….ma io gli ho detto che quando sei venuto tu, gli ho fatto le dichiarazioni per lui, per aiutarlo…lo aiutai…”. Per i carabinieri è quasi una confessione. Un prete che aiuta un boss non un imprenditore minacciato e intimidito come Tiberio Bentivoglio. Un discorso ambiguo. Certo non l’omelia della domenica.