Società

Il Papa e il giorno dell’Ira

nucleareBene fa il Papa a non intervenire dove non deve come autorità religiosa.
Le politiche nazionali e internazionali non dovrebbero essere di sua competenza.

Come laico penso che solo religione, moralità ed eticità conseguente sono la sfera degl’interventi possibili verso i suoi fedeli o per chi ritiene giusto comunque essere informato sul pensiero altrui.
Di quello deve parlare, e non di altro, a chi lo rispetta nel suo ruolo terreno nutrendo così un’attenzione particolare alle responsabilità morali del suo credo.
Anche se come inguaribile ateo (con molti amici cattolici) non nascondo che mi piacerebbe un Papa attento a non smarrire il suo gregge indugiando in questo suo silenzio comunicativo.
Quando, ad esempio, si professa l’amorosa responsabilità della società per le intoccabili millenarie fondamenta cristiane come la famiglia, non si può tacere. Necessiterebbe una quotidiana condanna alla luciferina melma della nostra politica, che si dichiara spesso e volentieri timorata di Dio, per poi praticare tutt’altro, definendosi e giustificandosi, se presa con le mani nel sacco, con falsa umiltà, “umana peccatrice”.
Si ha l’obbligo morale, e qui mi rivolgo direttamente a Sua Santità, di parlare con i propri fedeli con assoluta chiarezza. Chiarezza mancante, sempre come esempio, intorno all’avidità di denari che accorpano gli intenti di dittatori, mafie, banche e mondi economici-politici che ignorano le indicazioni minime rintracciabili in tanti “sacri” testi laici, ma anche  nei Vangeli, sulla necessità di altra e alta condivisione per un naturale sviluppo di tutto il pianeta.

Chiarezza mancante sull’obbligatorio cristiano rispetto della vita che – se alza i toni contro il dolorosissimo e privato dramma dell’abortire e urla contro personali decisioni intorno alla vita e alla necessità di rispettarla dandosi serenamente la morte – tace sulle devastazioni nucleari e sulle umane responsabilità con un silenzio assordante.
Un Papa che, se c’è, non batte colpo con la sua obbligatoria, in quanto elettiva, autorevolezza morale su quel che sta succedendo nel mondo, rischiando così la dantesca ignavia e cedendo il suo obbligo a tutta la gerarchia ecclesiastica che dovrebbe raccogliere il silenzio per trasformarlo in un urlo con cardinali, arcivescovi, vescovi, preti, monaci, frati, per correre in prima linea a raccontare che un’altra vita è possibile per i propri fedeli.

Noi atei, non credendo nel Supremo, dovremo durare un po’ più di fatica ma troveremo anche noi un’altra via di speranza alla nostra vita, senza nessun Dies Irae, tenendoci così lontani da un nuovo sempre possibile “Giorno d’ira, quel giorno, giorno di angoscia e di afflizione, giorno di rovina e di sterminio, giorno di tenebre e di caligine, giorno di nubi e di oscurità, giorno di squilli di tromba e d’allarme sulle fortezze e sulle torri d’angolo”.
Magari tenendo per mano un bambino giapponese e una donna, una suora come Eugenia, capace di portarci certa-mente via per il tempo delle sue parole dalla sconfitta delle nostre anime o, se volete, del nostro pensiero, lontani così dai Giorni dell’Ira.