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Di cosa si parla quando<br>si scrive di morte

Si parla di morti, tanti morti. Ma come si muore, colpiti dai proiettili per le strade e le piazze di una guerra (civile e non)? Cosa è un corpo che cade sul selciato con un colpo secco? Come corpo morto cade, nella pura e semplice legge della fisica e della fine della vita. Davanti a tutti, davanti ad altri legati fino a quell’attimo alla sua stessa sorte.

L’arbitrarietà della morte colpisce come il cecchino che ha sparato, con l’esattezza del proiettile sparato. E l’anima che spira ha il colore del sangue che esce dalla ferita. Che sia a un check point dell’esercito, o in una strada in mezzo al nulla, o in una sventagliata di proiettili da dietro un edificio o tre le erbe della savana, o le dune africane. Che sia stato preso di mira o sia stato preso dalle pallottole per caso.

E tu sei accanto a lui e senti il colpo e solo un istante dopo vedi chi è caduto e scopri che è toccato a lui e potevi essere tu. E solo dopo, l’occhio, la mente ricostruisce l’accaduto e l’immagine ti entra nella testa e giù in tutto il corpo. E non se ne va più. Come quella volta che l’arma puntata contro di te si è inceppata e la raffica è partita solo dopo che tu non eri più davanti alla canna del mitra. E allora lo puoi raccontare come un sogno indelebile.

“La morte di un uomo è tragedia, un milione di morti è statistica (Iosif Vissarionovič Džugašvili, detto Stalin, “Acciaio”). E aveva purtroppo ragione.