Cronaca

Mafia, il pentito Romeo accusa B: “Le stragi del ’93 richieste da ‘un politico di Milano'”

Confermato un verbale del 1995 dove il collaboratopre di giustizia diceva: "Gli attentati servivano per alleggerire il regime di 41bis e per un politico di Milano". Svelatio anche i compensi per chi metteva le bombe:"Dieci milioni a testa"

Il pentito di mafia Pietro Romeo, che questa mattina è stato ascoltato in aula bunker a Firenze come testimone per il processo sulle stragi del ’93 a Roma, Firenze e Milano, è tornato a parlare di Silvio Berlusconi. Unico imputato il boss Francesco Tagliavia. Durante l’interrogatorio di Romeo, l’avvocato di parte civile Enrica Valle ha letto un verbale reso da lui stesso  il 14 dicembre del 1995 in cui il pentito “precisa che Giuliano gli aveva detto che le stragi venivano fatte per il 41 bis e che c’era un politico di Milano che aveva detto a Giuseppe Graviano di continuare a mettere le bombe”. Romeo aveva allora riferito che Graviano aveva detto a Francesco Giuliano (un boss mafioso, ndr) che “si dovevano fare attentati con le bombe perché lo aveva detto un politico di farle. Il politico diceva di fare questi attentati a cose di valore storico artistico”. Romeo precisava anche che, da quanto aveva capito, “era Giuseppe Graviano che andava a trovare il politico con il quale aveva i contatti”. All’avvocato che gli chiedeva se confermasse queste dichiarazioni, Romeo si è limitato a dire “le confermo”.

Il pentito Romeo ha rivelato anche i compensi stabiliti dai boss Francesco Tagliavia e Giuseppe Graviano per gli esecutori materiali delle stragi. Romeo lo avrebbe appreso a sua volta da altri mafiosi, tra cui Francesco Giuliano: ”Giuseppe Graviano voleva dare dieci milioni (di lire, ndr) a testa, Francesco Tagliavia, invece cinque. Ma Graviano dice che alla fine furono dati dieci milioni prelevati da una cassa comune tra le famiglie”.

Nella sua deposizione davanti alle parti Romeo si è anche lamentato dell’avarizia del boss Tagliavia: “Di tutte le rapine che abbiamo fatto, i soldi se li metteva in tasca Francesco Tagliavia, ci dava una miseria. Facevamo rapine ai tir, ma i proventi se li mangiavano loro”. “Non potevamo fare le rapine senza autorizzazione di Tagliavia – ha speiagto – e siccome i soldi li prendevano Tagliavia, Salvatore Giuliano, Damiano Rizzuto, che io ho anche ucciso perchè lui voleva uccidermi, dovevamo rapinare continuamente. Dovevamo fare rapine senza armi e usando le macchine nostre”. “Giuseppe Graviano – ha aggiunto Romeo evidenziando una diversità di vedute tra i boss del mandamento – non doveva sapere niente perché per lui le rapine erano delle minchiate”. All’avvocato di Tagliavia, Luca Cianferoni, che ha chiesto a Romeo se  provasse “raconcore” contro il suo assistito, il pentito ha risposto: “Ora no, non ho più risentimenti verso Tagliavia, da giovane sì”.

A essere sentito come testimone sul processo per le stragi del ’93 anche un cappellano del carcere di Ascoli Piceno, lo stesso dove era detenuto il pentito Gaspare Spatuzza. Don Pietro Capoccia racconta di Spatuzza come di “una persona vera che aveva bisogno di ritrovarsi. Una persona in crisi mistica”. Il religioso ha orientato Spatuzza verso la Scuola superiore di Scienze religiose di Ascoli Piceno. “Gli ho procurato dei libri. Ha sostenuto tutti gli esami del primo anno, con la media dell’otto, poi, è stato trasferito”. Alla domanda del pm se ricordasse in quale circostanza Spatuzza diede segnali di pentimento, il prete ha ricordato quando una volta Spatuzza si rivolse a lui dicendo: “Padre Pietro mi sento responsabile della morte di questo ‘santo'”. Il santocui si riferiva era don Puglisi, il prete di Brancaccio ucciso dalla mafia nel settembre del ’93. Il religioso ha sottolineato di non aver mai parlato di problemi giudiziari con Spatuzza sottolineando come, in carcere, i detenuti, soprattutto quelli del 41 bis, abbiano nel cappellano il loro unico punto di riferimento amicale.

Intanto è di questa mattina la decisione della Procura generale presso la Corte di Cassazione di tenere a Palermo l’indagine a carico dell’ex ufficiale del Ros Giuseppe De Donno coinvolto nelle vicende relative alla trattativa tra Stato e mafia che vede indagati, tra gli altri, anche l’ex comandante del raggruppamento speciale dell’arma Mario Mori e i capimafia Riina, Provenzano e Cinà. I giudici hanno respinto la richiesta di spostare la competenza dell’indagine dal capoluogo siciliano a Roma. L’istanza già respinta dalla Procura di Palermo era stata appellata dall’indagato in Cassazione. De Donno è accusato di attentato a corpi politici dello Stato. Secondo i pm l’ex ufficiale, protagonista insieme a Mori dei contatti con l’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino, avrebbe condotto, per conto delle istituzioni la trattativa con le cosche finalizzata a far cessare le stragi.

La Procura generale della Cassazione, contrariamente a quanto ritenuto da De Donno, che sosteneva che le condotte a lui contestate si erano svolte a Roma, e che quindi Palermo sarebbe stata incompetente a indagare, ha stabilito che dagli atti di indagine trasmessi dalla Dda si evincono una serie di condotte poste in essere dagli indagati non riducibili solo al colloquio, citato nel ricorso da De Donno, tra l’ex ufficiale e l’allora direttore degli Affari penali del ministero della Giustizia Liliana Ferraro. Durante l’incontro, avvenuto nella Capitale, De Donno disse a Ferraro di avere preso contatto con Ciancimino.

Inoltre, secondo la Procura generale della Cassazione l’ipotesi di reato di associazione mafiosa contestata ad alcuni indagati dello stesso procedimento “incardina” la competenza ad indagare nella Dda di Palermo anche in presenza di fattispecie criminose diverse dall’associazione mafiosa, comportando una deroga ai criteri di competenza territoriale fissati dal codice di procedura penale.