Diritti

Fecondazione assistita, anche il tribunale di Milano si rivolge alla Consulta

Un altro colpo alla legge sulla procreazione medicalmente assistita. Dopo i tribunali di Catania e di Firenze, ora è Milano a chiedere  l’intervento della Corte costituzionale contro quella parte della normativa, voluta dal centrodestra, che vieta la fecondazione eterologa, e cioè la possibilità per le coppie sterili di utilizzare materiale genetico proveniente da un donatore terzo.

Secondo il tribunale civile del capoluogo lombardo, la parte della legge che prevede sanzioni per le strutture ospedaliere che praticano questo tipo di tecnica “non garantisce alle coppie cui viene diagnosticato un quadro clinico di sterilità irreversibile il diritto fondamentale alla piena realizzazione della vita privata familiare”.

A sollevare la questione di incostituzionalità di fronte ai giudici milanesi è stata una coppia di Parma. Il marito, di quarant’anni, è affetto da azoosperma, un disturbo che rende gli uomini sterili. Secondo le previsioni, la Consulta dovrebbe calendarizzare la discussione entro questa primavera.

La decisione del tribunale ha sollevato una serie di dichiarazioni e reazioni politiche. “La fecondazione eterologa dovrebbe essere un’opzione fruibile anche in Italia per quelle coppie che intendono ricorrervi, senza costringerle all’esilio riproduttivo”, ha detto Antonio Palagiano, capogruppo Idv in Commissione Affari Sociali e responsabile nazionale del dipartimento sanità e salute del partito guidato da Antonio Di Pietro. “I ricorsi in tribunale – continua Palagiano – sono sempre più numerosi e se la Corte dovesse esprimersi favorevolmente, al governo non resterà che fare una sola cosa: riscrivere la legge e garantire alle coppie italiane gli stessi diritti che si godono nel resto del mondo”.

Di parere opposto Dorina Bianchi, responsabile dell’ufficio Sanità dell’Udc, secondo cui: “la legge 40 è stata redatta con lo scopo di andare incontro alle coppie con problemi di sterilità e tutelare il nascituro”.

Dopo Catania, Firenze e Milano, ora dovrebbe essere anche il tribunale di Bologna a chiedere un intervento della Consulta. Ai giudici emiliani si sono infatti rivolte altre due coppie sterili. Come spiega Maria Paola Costantini, avvocato curatrice del ricorso, si tratta di una coppia siciliana e di una bolognese, entrambe composte da persone molto giovani e in cui il marito è sterile. “Abbiamo intenzione di riunire le procedure davanti alla Consulta – dice l’avvocato – come accadde nel 2009 nel caso della diagnosi preimpianto”.

Oltre alla Corte costituzionale i militanti per i diritti civili e le associazioni di pazienti si sono rivolte anche alla Corte europea di giustizia di Strasburgo. Come spiega il radicale Marco Cappato, segretario dell’associazione Luca Coscioni, “la strada aperta dalla Corte europea dei diritti dell’uomo lo scorso aprile ha consentito che i giudici italiani sollevassero il dubbio di legittimità costituzionale sul divieto di eterologa della legge 40”.

La corte europea si pronuncerà il prossimo 23 febbraio sulla conformità alla convenzione europea dei diritti dell’uomo della legge austriaca che in merito di fecondazione eterologa pone dei divieti simili a quelli italiani.

“Dal 2004 a oggi – dice Filomena Gallo dell’associazione Coscioni – le coppie hanno dovuto fare un passaggio obbligato nei tribunali per poter accedere alle tecniche di riproduzione assistita. Ricordiamo che per ben 8 volte i tribunali italiani hanno inviato la legge 40 dinanzi ai giudici costituzionali”.

I ricorsi alla Corte costituzionale stanno continuando a far perdere pezzi alle tanti restrizioni della normativa voluta e votata dal centrodestra. Era già successo nella primavera del 2009 quando la Consulta bocciò parzialmente la legge 40. La sentenza fissava due importanti principi: l’ “autonomia e responsabilità del medico” nello stabilire il numero necessario di embrioni da impiantare, “riducendo al minimo il rischio per la salute della donna, ed eventualmente del feto”; il ricorso al congelamento di quegli embrioni “prodotti ma non impiantati per scelta medica”.