Cronaca

Crac Parmalat: il patron Calisto Tanzi condannato a diciotto anni di carcare

Il 23 settembre scorso, Giorgio Napolitano aveva firmato il decreto di revoca del titolo di cavaliere del lavoro “per indegnità”

Calisto Tanzi è stato condannato a 18 anni di carcere. Per l’ex patron della Parmalat la procura aveva chiesto una condanna a 20 anni di reclusione, per essere stato l’anima “della più grande fabbrica di debiti del capitalismo europeo”. Oltre a Tanzi, il tribunale ha condannato anche l’ex direttore finanziario della multinazionale di Collecchio, Fausto Tonna, a 14 anni. Per lui i pm avevano chiesto una condanna a 9 anni e sei mesi. Condannati anche gli altri dirigenti Luciano Siligardi, ex membro del cda, a 6 anni;  Giovanni Tanzi, fratello di Calisto, a 10 anni e 6 mesi; Domenico Barili, a 8 anni.

E poi Paolo Sciume‘, militante di Cl, avvocato molto vicino al biscione, già relatore al meeting ciellino sul tema “finanza tra etica e no profit”, implicato nelle vicende della Arner bank per intestazione fittizia di beni, condannato a 5 anni e 4 mesi. E ancora Camillo Florini a 5 anni; Giovanni Bonici, ex presidente di Parmalat Venezuala, a 5 anni. Davide Fratta a 4 anni; Rosario Lucio Calogero a 5 anni e 4 mesi; Mario Mutti a 5 anni e 4 mesi; Enrico Barachini a 4 anni; Giuliano Panizzi a 4 anni. Infine, Sergio Erede, 1 anno e 6 mesi anche per uno dei più importanti avvocati della penisola, consigliere d’amministrazione in numerose (e prestigiose) società. Due miliardi di euro la provvisionale riconosciuta alla Parmalat.

Lo stato d’insolvenza della Parmalat fu dichiarato il 22 dicembre 2003. Secondo Enrico Bondi, non ancora commissario straordinario, ma chiamato al capezzale dell’azienda di Collecchio dallo stesso Calisto Tanzi per un disperato tentativo di salvataggio, dalle casse della multinazionale mancavano quattro miliardi. Era un conto ottimistico, poco meno di un terzo di quello che si sarebbe poi rivelato. Il 26 dicembre Tanzi fu arrestato. In manette finirono anche Francesca e Stefano Tanzi, i figli dell’ex patron, che nell’azienda di famiglia avevano rivestito incarichi direttivi (direttore commerciale e amministrativo, oltre che presidente del Parma calcio, lui, dirigente Parmatour lei), Fausto Tonna ed altri big del gruppo.

Quando partì l’udienza preliminare erano 71 gli indagati quasi tutti ex amministratori, sindaci e revisori della multinazionale del latte ai quali fu contestata l’associazione per delinquere, la bancarotta fraudolenta e semplice, il falso in bilancio e le false comunicazioni sociali. Nel corso degli innumerevoli interrogatori Tanzi e Tonna ammisero molte delle rispettive responsabilità nel crac, ma puntarono il dito contro gli istituti di credito italiani ed esteri coinvolti nella mastodontica inchiesta condotta dalla procura.

Ed è proprio questo l’aspetto più delicato del crac Parmalat, quello che è costato caro a decine di migliaia di piccoli e piccolissimi risparmiatori che hanno visto andare in fumo tutti i soldi che avevano messo da parte e che avevano investito nei bond Parmalat. Secondo Tanzi e il suo braccio destro infatti, le banche sapevano benissimo dello stato di ‘decomposiziona’ della multinazionale ed erano parti integranti del sistema. Della “macchina di debiti” – sarà quello che cercheranno di dimostrare gli avvocati di Tanzi – facevano parte a tutti gli effetti e con un ruolo decisivo anche le banche. Una tesi respinta dagli istituti bancari.

Il 23 settembre scorso, Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica, accogliendo la proposta del ministro dello Sviluppo Economico, aveva firmato il decreto di revoca a Calisto Tanzi del titolo di cavaliere del lavoro “per indegnità”. L’onoreficenza era stata conferita a Tanzi il 2 giugno 1984 con decreto dell’allora Presidente della Repubblica, Sandro Pertini. Il ministero aveva ritenuto che ci fossero “le condizioni previste dalla legge per la revoca dell’onorificenza”. Oggi la sentenza storica di primo grado a sette anni dal crac e a 32 mesi dall’inizio del processo.