Cronaca

“Le Br non facevano così male”. Quando Massimiliano Allegri attaccava i carabinieri

Oggi in panchina sembra molto posato. Ma il 12 maggio 2008 l'attuale tecnico del Milan reagiva con insulti "rossi" alle forze dell'ordine che gli contestavano un'infrazione stradale. Nei prossimi giorni si celebrerà il processo. Storia di "Acciuga", dai campi di periferia al club dell'uomo di Arcore

L'allenatore del Milan Allegri

Una denuncia per ingiurie e offese a pubblico ufficiale e un processo che verrà celebrato nei prossimi giorni al tribunale di Livorno. Un infortunio di cui Massimiliano Allegri, allenatore del Milan, avrebbe fatto voltentieri a meno, specialmente in un periodo come questo in cui tutto quello che tocca trasforma in oro. L’episodio che lo porta oggi in tribunale avviene il 12 maggio 2008 a Livorno, a pochi metri dalla casa dove abitano i genitori del tecnico rossonero, che in quel periodo stava per trasferirsi a Cagliari, reduce da una promozione in B col Sassuolo. Allegri sorpassa un’auto troppo lenta all’altezza di un parco pubblico e delle strisce pedonali. Subito dopo viene fermato dai carabinieri. All’inizio l’allenatore sembra conciliare, ma poi come spesso avviene in questi casi, i toni si alzano. “Acciuga”, come familiarmente lo chiamano i livornesi per via del fisico asciutto, oggi quasi una sfinge a bordo campo, si fa prendere dai cinque minuti: secondo quanto si legge dalla denuncia depositata dai carabinieri alla procura di Livorno, prima si riferisce a un carabiniere dicendogli “le Brigate rosse non facevano poi così male”, “stai zitto terrone”, “ti faccio perdere il posto”, poi mima uno scontro con uno dei militari e si butta per terra, fingendo di  aver ricevuto un colpo da uno dei militari, mentre sfilano alcuni passanti. Quando capisce che le cose si mettono male, dice che in realtà correva a casa perché uno dei suoi familiari non stava bene. Potrebbe anche chiudersi qui la vicenda, ma i carabinieri scoprono un altro precedente più o meno simile, a un posto di blocco dei vigili urbani. Così la denuncia, questa volta, scatta inevitabile.

Eppure in panchina sembra posato. Probabilmente lo è diventato. Ma come è arrivato nell’olimpo del calcio questo ragazzo di provincia? Il regista dell’operazione è stato Adriano Galliani. Prima di portarlo ad Arcore si raccomanda col giovanotto: “Mi raccomando, il presidente non vuole comunisti in casa”. Così, Massimiliano Allegri, 43 anni, la scorsa estate viene assunto alla corte di Berlusconi dopo aver risposto negativamente alla domanda “lei è comunista?”. Solo successivamente, il Cavaliere, porgendogli il benvenuto nella sua dimora, gli chiede gioco offensivo e spregiudicatezza. Niente falce e martello, e via pedalare sulle fasce.

I casi della vita, a volte. Acciuga-Allegri, a tutto pensava, meno che al Milan. E’ vero, due anni al Cagliari a fianco de presidente Cellino lo avevano fortificato, ma anche il ragazzo della Leccia, quartiere rosso della rossissima Livorno, non si immaginava certo un futuro con una delle squadre più blasonate d’Europa. Con un inizio lusinghiero: primato in classifica, vittoria col Real Madrid appena sfiorata. Ma chi è l’uomo che ha stregato il duo Galliani-Berlusconi? Un ragazzo vivace, dice chi lo conosce bene. Vivace fin troppo, potrebbero replicare i carabinieri che lo hanno denunciato per minacce e ingiurie nei confronti di pubblico ufficiale.

I casi della vita, dicevamo. E i miracoli di una divisa disegnata da Dolce e Gabbana. Ce lo fareste Allegri, oggi uomo serio e tattico, a ingiuriare i carabinieri? No, non sembra il tipo. Ma il ragazzo prometteva bene già all’età di 25 anni. Siamo nel giugno 1992. Acciuga vuole diventare il signor Allegri e lo vuole fare in chiesa, davanti a duemila invitati. Annuncia agli amici che sposerà la sua Erika. Chiede a padre Ermenigildo che sia lui a officiare le nozze. Il prete vede i promessi sposi il venerdì, si danno appuntamento a domenica, in chiesa. Ma domenica sera il colpo di teatro: “Ragazzi, resto acciuga, io non mi sposo più. Evitate di venire domani in chiesa, perché io non ci sarò”. Detto e fatto. “Non tutti i mali vengono per nuocere”, sospirò padre Ermenegildo, “meglio ora che dopo”. Quella volta superò se stesso e, quando ha raccontato l’episodio a Berlusconi, pare che il Cavaliere si sia fatto grasse risate e abbia passato giorni a cercare di trasformare la storia vera in una barzelletta.

Fu Allegri stesso a raccontare la sua storia: “Organizzai la cerimonia, poi la annullai in fretta e fuggii. Gli amici mi credevano lontano. Avevo le palle piene di ogni cosa e un forte bisogno di isolarmi, così raggiunsi Giovanni”. Giovanni inteso come Galeone, suo allenatore al Pescara e mentore di un uomo a disagio con la cravatta e alle prese con una metamorfosi. “Galeone mi accolse a braccia aperte, anche se in 10 giorni lo incontrai sì e no 5 volte. Diceva di andare a pesca ma sapevo che non era vero. Non ha mai preso un pesce in vita sua. Si godeva la vita, come ha sempre fatto. In tranquillità”.

Allegri usciva da un anno difficile e si era preso un anno di squalifica per il calcio scommesse quando era alla Pistoiese. Come giocatore lo salvò proprio Galeone, quasi un padre. Da lì in poi, accantonata anche la passione pericolosa per i cavalli e i campi di galoppo, “acciuga” prende le sembianze di uomo e si suda la panchina del Milan iniziando dai campetti di periferia dell’Aglianese. Fino all’esame di laurea a Cagliari dove, con Cellino, non è finita poi così bene. Anche se il patron della squadra sarda gli salva la carriera non esonerandolo dopo cinque sconfitte consecutive.

Insomma, il ragazzo pare essersi fatto uomo, e dopo Galeone e Cellino, è rimasto folgorato sulla strada di Arcore. Capita spesso, ultimamente. Allegri a Milano ha dimostrato di saperci fare, tiene insieme i campioni, ma soprattutto vince e gioca. Come piace a Berlusconi. E chi se ne frega se una volta ha perso la pazienza e ha minacciato i carabinieri. Il Cavaliere lo sa. Rispettare le leggi senza infuriarsi a volte è difficile. Non la pensano così i carabinieri di Livorno che, in attesa del processo, si sarebbero aspettati due righe di scuse. Che però non sono mai arrivate.

di Emiliano Liuzzi