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Eva Joly si candida all’Eliseo. Contro Sarkò<br>Da magistrato guidò la “mani pulite” francese

Eva Joly

PARIGI – Negli anni novanta Eva Joly era un giudice istruttore e scatenò un’offensiva contro la corruzione politica, una sorta di mani pulite «à la française». Non guardò in faccia nessuno: destra, sinistra. Algida, dai modi un po’ bruschi, questa donna energica, con la testa piena di ideali, non è mai stata dimenticata. Torna ora alla ribalta, come candidata dei verdi (formazione politica in forte ascesa) alle prossime presidenziali francesi, nel 2012. «In genere i verdi non diventano presidenti della repubblica – ha sottolineato nei giorni scorsi, l’aria sorniona -. Ma non si sa mai». Eva dalle tante vite. Eva all’Eliseo? Pourquoi pas.

I fattori negativi potrebbero essere l’età (quasi 67 anni), quell’accento scandinavo ancora così forte (i francesi su queste cose sono implacabili). E forse anche il fatto che è una donna, un aspetto che al di là dei buoni propositi di parità, rischia di pesare sulle scelte dei francesi. Altri elementi, invece, giocano a suo favore. Su tutti il crollo dei consensi di Nicolas Sarkozy. E poi l’incapacità del partito socialista, il principale dell’opposizione, a partorire un unico candidato. Dopo il suo sbarco in politica e l’elezione l’anno scorso a eurodeputata per i Verdi, la Joly è diventata il punto di riferimento di una sinistra in cerca di bussola.

Eva, la donna dalle tante vite. Nata a Oslo, Gro Farseth (questo il suo vero nome), figlia di un sarto, famiglia modesta, si diplomò segretaria. Fini’, quasi per caso, a Parigi, con una borsa di studio della sua scuola, ragazza alla pari presso la famiglia Joly, alta borghesia francese. Doveva restare pochi mesi e, invece, ci è rimasta una vita. Si innamorò del figlio maggiore dei Joly, Pascal, futuro medico. Si sposarono contro la volontà dei genitori di lui. Che dal padre ricevette una lettera perentoria: «Non sposarti con Gro. Non sappiamo chi sia la sua famiglia». E giù epiteti poco carini nei confronti della vichinga dagli occhi blu, bellissima. «Volgare», per i Joly. La coppia finì a vivere in un appartamentino dietro al Panthéon. Gro, ribattezzata Eva, si divideva tra i necessari lavoretti per arrivare alla fine del mese e gli studi di giurisprudenza. Si iscrisse nel 1968: a distanza ammirò nei comizi colui che appena due anni fa l’ha trascinata nell’avventura politica, Daniel Cohn-Bendit. Nel 1973 Eva era segretaria di una casa discografica. Indossava i vestiti che lei stessa cuciva. Quell’anno organizzò perfino una sfilata con le sue creazioni. Eva dalle tante vite, appunto.

Più tardi ha lavorato come consulente giuridica di un ospedale psichiatrico. A 38 anni è entrata nella magistratura. Fino a condurre, negli anni Novanta, inchieste su affaires politico-finanziari spinosi, come quello legato al gruppo Elf, un mega giro di tangenti. Lei ricorda sempre «la generosità con la quale la Francia mi ha accolta». Ma negli anni da magistrato è emerso pure il peggio del suo Paese d’adozione. Il «sistema» reagì alle inchieste scomode con battutacce, ai limiti del maschilismo e della cattiveria, sfruttando addirittura episodi tragici della sua vita, come il suicidio del marito, dal quale si era separata. Roland Dumas, barone della sinistra mitterrandiana, al domicilio del quale Eva osò presentarsi per un’accuratissima perquisizione, la definì «una norvegese psicologicamente rigida». Ancora oggi a Parigi qualcuno spiega il suo percorso come il frutto della «rabbia di un’ex servetta». «In Norvegia si parla di un «viaggio sociale, ama commentare. “E’ ovvio che ne ho fatto uno, passando per luoghi inattesi”. Nel 2002, dopo aver abbandonato la toga, Eva ritorna a Oslo a lavorare per il Governo norvegese come consulente nella lotta alla corruzione e al riciclaggio del denaro sporco a livello internazionale. Due anni fa l’Islanda l’ha voluta alla guida di un’inchiesta sulla propria quasi bancarotta di Stato. Ha lasciato pochi giorni fa quell’incarico per dedicarsi pienamente alla sua campagna elettorale in Francia. Sarkozy? Non esita a paragonarlo a Berlusconi «perché sia in Francia che in Italia l’intervento della giustizia nella vita economica e negli affari legati al mondo politico è considerato illegittimo dal potere. Che cerca di sottrarsi a quel controllo modificando le regole». La Joly presidente? Difficile certo. Ma non si sa mai.