Società

Si dice giustizia si pensa vendetta

Tempo fa ho visto in piena notte su rai 3 un documentario sul sequestro di una ragazzina in Sudamerica. Due malviventi (si dice così) erano entrati in una casa di campagna in pieno giorno con l’intenzione di rubare, avevano trovato una ragazzina in casa che aveva cominciato a urlare e far accorrere gente dai dintorni. Vistisi persi, i due hanno tenuto in ostaggio la ragazzina chiedendo alla gente le cui fila si stavano ingrossando di lasciarli andar via. Ma la gente non solo è rimasta, ma ha anche comunicato ai due di aver chiamato la polizia. Fin qui il racconto, da questo punto arriva anche una tv locale e comincia il reality di un giorno di ordinaria follia. I due non sembrano avere le idee chiare, chiedono un’auto, vogliono andarsene. Qualcuno dice loro di lasciare andare la ragazzina. Loro eseguono e si asserragliano in casa, arrivano anche i genitori. I due raggiungono un luogo abbastanza protetto, una specie di legnaia dietro la casa. La gente non ha coraggio di avvicinarli (non sanno se sono armati e loro dicono di esserlo) e di lì a mezz’ora arriva la polizia. La gente urla inferocita all’indirizzo dei due criminali. I due, sollevati, si consegnano alla polizia. La gente è furibonda. Gli agenti di polizia hanno un’idea: lasciano lì i due criminali con le mani ammanettate in balìa della gente e dicono che torneranno fra mezz’ora.

A questo punto comincia l’orgia della vendetta. Uomini e donne coprono i due di calci e pugni. Un reporter riesce ad avvicinare un malvivente e gli chiede se ha paura (sic!) lui risponde che ha paura di morire. Qualcuno va a prendere una tanica di benzina e la versa sui due, cui viene appiccato il fuoco mentre continuano le bastonate. L’operatore inquadra le facce imbufalite di queste madri di famiglia, questi padri, questi ragazzini abbandonati allo sfogo degli istinti più violenti. Un’ultima inquadratura sui corpi bruciacchiati come a suggellare la giornata. Il pomeriggio è inoltrato, la polizia è tornata.

Una cosa è certa: non si ruba in casa della gente e non si sequestrano le ragazzine, ma forse è il caso di smetterla di chiamare giustizia ciò che vuole essere solo vendetta. Ogni volta che sentiamo al tg la notizia di un assassino, di uno stupratore, di un seviziatore, tutta gente odiosa, sia chiaro, c’è sempre nelle reazioni della gente qualcosa che mi ricorda le facce di quel documentario. E nei commenti ai quali tutti ci lasciamo andare, nei quali suggeriamo di impiccarli per le palle, di tagliargli le mani, di seviziarli in mille modi anche molto fantasiosi, c’è lo sfogo dei nostri istinti più bassi, della nostra ansia di violenza quasi gratuita, visto che il male non è stato fatto direttamente a noi.

Tutte le volte che viene intervistato chi ha subìto un grave torto e gli viene chiesto cosa chiede ai tribunali, costui risponde “giustizia” ma sulla faccia si legge “vendetta”. E’ umano e comprensibile, ma va chiamata col suo nome.