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L’Europa? In fondo a destra

L’ultima doccia fredda è stata la notizia dell’ingresso dell’estrema destra nel Parlamento svedese. Che non significa la conquista della maggioranza, ma certo un passaggio significativo, per un paese che era stato il modello della socialdemocrazia europea per molti decenni. Ma questo, come ho detto, è solo l’ultimo fatto emblematico di una situazione europea nella quale i governi di destra – che pudicamente si definiscono di centro-destra – sono ogni giorno più numerosi. Del resto il Parlamento europeo, per quanto questo dato può valere, ha una maggioranza di destra, e solo molto di rado le sinistre – liberali, socialisti, verdi – ottengono qualche risultato, che peraltro deve sempre affrontare ancora l’approvazione del Consiglio Europeo, quella sorta di Camera Alta dell’Unione che rappresenta i governi dei vari stati. Ma non c’è dubbio che, a parte questi meccanismi istituzionali, l’Europa ha oggi una faccia politicamente moderata, che tende continuamente a diventare francamente di destra e che, come si vede dalle recenti leggi xenofobe che si è data la Francia (seguendo, a quanto sembra, l’esempio dell’Italia di Berlusconi!), fa ogni giorno un passo di più verso il fascismo; un fascismo per ora molto soft, ma che promette di irrigidirsi in forme sempre meno conformi alla tradizione liberale e democratica del continente.

Perché siamo improvvisamente (non proprio; ma dopo la fine del nazismo non si era mai visto un fenomeno così generalizzato; possiamo parlare di un clima, di una atmosfera, ormai) diventati conservatori, e spesso decisamente razzisti? Chi si è sempre richiamato agli ideali della sinistra stenta a spiegarsi questo fenomeno, e non è detto che anche le ipotesi che qui presento colgano nel segno. Paradossalmente, la visione del mondo della sinistra, in Europa, si è sempre fondata su presupposti filosofici della tradizione storicistica, che è stata anche l’ideologia del colonialismo: quella per la quale c’è un corso unitario della storia umana che procede verso una sempre più completa civilizzazione. La punta di questo corso, che ha anche il diritto storico di guidarlo, è l’Europa, la quale si espande nel mondo “portando la civiltà” ai popoli che ancora sono “sottosviluppati”. Quando, con la ribellione dei popoli ex-coloniali, questo schema storicistico è diventato anche filosoficamente insostenibile, la fede nel progresso del mondo verso la democrazia e il socialismo, e dunque la sinistra stessa hanno subito una crisi di fiducia. È accaduto, sul piano delle convinzioni e dell’impegno politico collettivo, qualcosa di simile alla caduta del muro di Berlino. Ancora oggi la sinistra si sente orfana e priva di forti orientamenti ideali. Se il comunismo si è rivelato impossibile, per che cosa si dovrebbe ancora lottare?

Naturalmente, questa vicenda ideologica non coinvolge davvero i milioni di elettori che in varie parti d’Europa abbandonano i partiti di sinistra per passare ai conservatori, oppure, come sempre più spesso accade, per rifugiarsi nell’astensionismo. Questa considerazione risente certo del mio punto di vista italiano; ma il fenomeno è generale, riguarda il socialismo francese, i laburisti inglesi, persino il socialismo spagnolo. Insieme e più ancora che la caduta di tensione ideologica che identifichiamo emblematicamente con la caduta del muro di Berlino, un’altra tappa finora decisiva per lo stabilirsi di una clima di destra in Europa è stato, probabilmente, l’11 settembre, e l’inizio della guerra americana al “terrorismo internazionale”. Da dieci anni a questa parte il leit motiv della politica conservatrice è la lotta al terrorismo; una lotta che, a propria volta, è essenzialmente terroristica, ha bisogno, cioè, di coltivare un sentimento di paura costante. Quel che era ai tempi della guerra fredda la minaccia del comunismo sovietico, oggi è la paura generalizzata; non solo degli attacchi terroristici, ma molto più, di recente, la paura della perdita del posto di lavoro, di quel poco o tanto che il capitalismo mondiale continua ad assicurare ai cittadini della metropoli.

Il successo della destra, in Italia come in Francia come in Olanda come in Svezia, è fondato sulla paura, della perdita del lavoro e soprattutto dell’immigrazione. I rom sono solo l’obiettivo più recente; ma da anni, ormai, i paesi “di confine”, come l’Italia, la Spagna, la Francia, sono dominati da un’ossessione difensiva, che prevale, in larghe parti della società, sulla difesa della libertà, della privacy, delle stesse istituzioni democratiche. È sempre la paura di perdere stabilità, tranquillità, privilegi, quello che impedisce anche la realizzazione di un’Europa più autenticamente federale, e perciò anche più forte e capace di gestire il rapporto con i mondi che premono ai suoi confini. Il governo Berlusconi, per esempio, sostenuto in modo determinante da un partito sempre più esplicitamente razzista e cripto-nazista come la Lega Nord, si accorda con il dittatore libico Gheddafi a cui affida il compito di pattugliare il Mediterraneo, senza troppi scrupoli di legalità e rispetto dei diritti umani, impedendo l’immigrazione clandestina di cittadini africani spesso in cerca solo di asilo politico. Quello che fa Gheddafi per respingere gli immigranti clandestini, lo fa, nei confronti del problema del lavoro, la minaccia continua delle delocalizzazioni delle industrie. Così, da ultimo, gli operai della Fiat di Pomigliano sono stati messi di fronte alla scelta tra accettare una forte (e anticostituzionale) limitazione dei loro diritti sindacali oppure perdere il lavoro per la chiusura e il trasferimento della fabbrica in Serbia. Inutile dire che anche qui la paura ha trionfato, il referendum indetto tra gli operai ha dato ragione all’azienda. Più in generale, statistiche neutrali dicono che vari punti percentuali di PIL sono passati, negli ultimi quindici anni, dai salari ai profitti; i ricchi sempre più ricchi, i lavoratori sempre più sfruttati. Anche di squilibri come questo è fatta la disperazione che alimenta le vittorie della destra in Europa.